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L'arte di essere Lea Vergine

Si è spenta una delle figure chiave del panorama dell'arte italiana. Animata da un fortissimo furore vitale, strenua sostenitrice dell'arte al femminile

By Francesca Parravicini

“È inutile che lo spettatore cerchi nella visione di un'opera d'arte qualcosa che lo consoli. Troverà solo qualcosa che lo dilanierà. Starà a lui decidere come adoperarlo. Non si va a vedere il Botticelli o il Mantegna per avere gioia, pace e serenità”

Le parole di Lea Vergine, celebre curatrice d'arte, sono come saette su carta. Sembra che la sua personalità possa trasparire da queste poche righe: una di quelle donne che hanno attraversato le avanguardie, che hanno vissuto il fermento di anni in cui la cultura era esplosiva e hanno trasportato questa scintilla nella nostra epoca contemporanea, unita a una buona dose di anticonformismo e allergia agli stretti confini della società.

Questa incredibile donna si è spenta il 20 ottobre all'età di 82 anni per complicanze dovute al Covid-19, un giorno dopo il marito, il pluri-premiato designer Enzo Mari, con cui ha condiviso un sodalizio di amore e cultura. Una lunga vita alla ricerca di stupore e bellezza.

“L'arte non è necessaria. È il superfluo. E quello che ci serve per essere un po' felici o meno infelici è il superfluo. Non può utilizzarla, l'arte, nella vita. Arte e vita sì, nel senso che ti ci dedichi a quella cosa, ma non è che l'arte ti possa aiutare. Costituisce un rifugio, una difesa. In questo senso è come una benzodiazepina”

Lea Vergine, al secolo Lea Buoncristiano, nasce il 5 marzo 1936 a Napoli. Tutta la sua vita sembra impressa in un'orma anticonvenzionale: padre borghese, madre estranea a quel mondo, viene concepita fuori dal matrimonio, a cui sono poi costretti i genitori, per salvare le apparenze, che però finiscono per detestarsi e vivono separati nello stesso palazzo, Lea con il padre e i nonni, la madre con i figli più piccoli, che poi moriranno. Lea è una creatura ibrida, cultrice della femminilità, che vede dapprima in un rapporto complesso e contraddittorio con la madre, dotata dello “sguardo sbigottito” sulla vita del padre e consumata da un dolore come una “maceranza dell'anima”.

 
 
 
 
 
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La sua carriera artistica esplode negli anni '60 quando si trasferisce a Milano, dove si trova al centro di un ambiente culturale ricco e dalle prospettive vertiginose. È stata critica, curatrice di mostre, saggista, collaboratrice per quotidiani come Il Corriere della Sera e Il Manifesto.

Sua opera seminale è il libro Body art e storie simili, Il corpo come linguaggio, prima opera italiana ad analizzare il fenomeno della Body Art, corrente che vede nell'utilizzo del corpo un mezzo per fare arte. Attraverso riflessioni personali e l'analisi delle opere di oltre 60 artisti crea un testo di ricerca e analisi che avrà grande successo e influenzerà le successive correnti di pensiero.

Il suo occhio è proiettato verso l'arte contemporanea, che dietro un'apparente semplicità, una “bruttezza”, un assenza di regole, cela significati nascosti e preziosi, per chi li sa cercare.

Il femminile è un elemento imprescindibile nell'universo di Lea Vergine. Lo sguardo della donna, storicamente subalterno, contiene qualcosa di sovversivo, uno “smarginamento” degno di essere valorizzato. Per questo ha sempre cercato di esaltare e mettere in luce i lavori delle artiste: impossibile a riguardo non citare la mostra L'altra metà dell'avanguardia (1910-1940), organizzata nel 1980 al Palazzo Reale di Milano, dedicata alle opere di pittrici e scultrici nei gruppi delle avanguardie.

 
 
 
 
 
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Enzo Mari e Lea Vergine - Immortali Un tributo a due icone che hanno dedicato le loro vite allo studio, alla ricerca, al design e all'arte con approccio filosofico e mai convenzionale. #enzomari #leavergine

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Figura acuta, attenta ai cambiamenti della società, osservatrice di persone e personalità, amante della scrittura e del potere della parola, si è scagliata con energia contro il sessismo (negli anni '60 fa causa a un giornalista che a una conferenza d'arte sostiene che il pubblico sia venuto solo per vedere le sue gambe, non per ascoltarla) e per tutta la vita è andata alla ricerca di una bellezza difficile, tragica nascosta, della bellezza dell'arte che come diceva provocatoriamente “non è una faccenda per persone per bene”.