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La fine degli esami: un sollievo solo temporaneo

Da studentessa di giurisprudenza a “semi-lavoratrice”

By Gaia Bencini

“Cosa studi?”.

“Giurisprudenza”.

“Ah… Ma lo sai che ci sono più avvocati a Roma che in tutta la Germania/ la Francia / la Spagna/ L’America?”.

E’ con questa frase, che al massimo può variare sul finale, che è iniziata la mia esperienza e quella di molti altri come me con la facoltà di legge ed è con questa stessa frase che si sta concludendo.

Cinque anni pieni di dubbi, passati ad arrovellarsi su libri infiniti, a cercare siti illegali di riassunti, a creare gruppi Whatsapp pieni di gente che senza lo Xanax non arriva a mezzogiorno; profili Instagram dove appaiono solo foto di colleghi che studiano, che sono sempre più avanti di te, più belli, più bravi, più ricchi.

 
 
 
 
 
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E invece la fine arriva per tutti, anche per me.                                                                                                         

Ultimo esame fatto online, passo il resto della giornata con le mie amiche, ricordandoci i sacrifici che abbiamo fatto.

Ma ecco che arriva il momento di andare a letto, mi ritrovo da sola ed lì che si insidia nella mente la fatidica domanda: adesso cosa faccio? Inizialmente avevo scartato tutte le professioni tipiche: “Io il magistrato mai”,”Notaio, figuriamoci!”, ma l’unica che mi aveva sempre attratto era quella mitologica figura dell’avvocato di solito rappresentata nel film da una supermodella di Victoria's Secret in tailleur Prada, super tosta, temuta da tutti e pronta a combattere per la giustizia.

Considerando che, come mi dice sempre la nonna, io “litigherei anche co’ i santi” decido di iniziare la pratica forense, che consiste nell’andare da un avvocato per diciotto mesi ad imparare il mestiere.

Trovo questo studio in una delle vie centrali di Bologna e quando arriva il primo giorno mi sento benissimo. Arrivo e mi posizionano in un luminosissimo sottoscala, con una bella vista sul corridoio tra l’altro molto curato, con una scrivania interamente mia accanto alla porta del bagno: tutte premesse che mi fanno ben sperare nell’inizio di una brillante carriera.

Inizio a lavorare e qui purtroppo occorre fare una premessa: lavorando in uno studio civilista no, sfortunatamente non ho assisto a scenate in tribunale con avvocati che urlano “Obiezione vostro onore!” e nemmeno a grandi discussioni stile “Forum”.

 
 
 
 
 
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Vi potete immaginare la mia sorpresa nel momento in cui sono andata la prima volta al tribunale, sala colma di persone che parlavano al telefono, urlavano e litigavano, mi sembrava di essere al black Friday davanti a Zara; poi finalmente arriva il mio turno, consegno quello che dovevo al giudice e questo mi dice solamente “Bene cara, ci vediamo a Dicembre”. Ma erano i primi di Febbraio! Ebbene sì, ormai il processo è tutto scritto quindi dovrò tornare tra qualche mese con altri documenti e via così fino alla decisione.

La mia giornata tipo nello studio inizia con un momento di crisi mistica in cui mi chiedo dove siano andate a finire tutte quelle nozioni così faticosamente imparate e se davvero abbia superato io quegli esami o un’altra me che adesso non c’è più.

Continuo a sfogliare nervosamente sentenze e codici poi finalmente arriva l’attesa pausa pranzo, dove mi ritrovo da sola con ghiottonerie da me preparate, come farro al tonno o Simmenthal con pomodorini, mentre guardo tutti i soci dello studio ordinarsi da asporto piatti Thai o Veg alla – “Wanna be alternative” ma nemmeno troppo.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Gaia Bencini (@_cisi__)

La fine della giornata arriva verso le diciotto e trenta, quando i soci organizzano un piccolo aperitivo a cui noi praticanti non siamo ovviamente invitate, così esco dal palazzo e inizia il momento di ritiro spirituale con annessa preghiera perché non mi abbiano rubato la bici ancora un’altra volta e se tutto va bene in dieci minuti sono a casa.

Poco dopo tornano dal lavoro anche le mie coinquiline, a volte invitiamo qualche amica, mettiamo su un po’ di musica bevendo il solito vino da “intenditrici”(costo massimo del vino tre/quattro euro) e da lì iniziano i miei racconti sui nuovi casi del giorno.

 
 
 
 
 
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Si va dalla tipa che spia il vicino di casa dalla macchina, al ragazzino beccato a fumare uno spinello al cambio dell’ora, alle liti tra condomini che sono le mie preferite in assoluto.

Mi ricordo che una volta siamo stati più di due ore a cercare di trovare un accordo tra due condomine sul dove mettere la cuccia del chihuahua il cui zampettio incessante sul parquet faceva impazzire la vicina del piano di sotto, come sistemare il terrazzo per evitare “l’inquinamento visivo” del palazzo e i metodi per bagnare le piante in modo tale che l’acqua fuoriuscente non rovinasse la verniciatura delle finestre sottostanti.

Per non parlare dei giochetti che si fanno tra di loro: Blair di Gossip Girl in confronto è una fata madrina! C’è chi fora le biciclette, chi parcheggia davanti al garage dell’altro, chi avvelena e/o rapisce il gatto, potrei stare qui ad elencarne per giorni.

 
 
 
 
 
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E’ veramente impensabile quanto alle persone piaccia discutere per qualsiasi cosa, probabilmente tutto quello che reprimono durante il giorno e che avrebbero dovuto raccontare ad un terapista, sfocia poi in queste litigate assurde che purtroppo molte volte finiscono in una bella stanza con fiori e vetrate immense, davanti a vari avvocati e anche a qualche povero praticante.

Essere passata da studentessa a semi lavoratrice non mi sembra proprio possibile… forse perché è da quando avevo sei anni che studio e vado a scuola? O forse perché non ho ancora visto l’ombra di uno stipendio?

Purtroppo penso invece che sia arrivato quel momento, quello che tutti temiamo: il momento di prendere davvero delle scelte, delle direzioni, di capire quali opportunità cogliere e quali dover lasciar andare, cosa seguire e da chi allontanarsi. Ma io diventerò mai un avvocato come sperano i miei? Sposerò mai un miliardario come vuole la nonna?

Intanto ho deciso di iniziare un master e continuare ad essere definita una studentessa dallo stato italiano, come farei altrimenti a rinunciare a tutti quei privilegi da studente di cui ho sempre potuto usufruire abbondantemente? Quei due euro di sconto al cinema o al teatro, quei cinquanta centesimi risparmiati sui biglietti di Trenitalia e tutti gli altri bonus che oggettivamente fanno la differenza?

Lo so, il cambiamento spaventa. Quando avevo diciannove anni mi sono trasferita da un paesino toscano, dove se fumavo una sigaretta lo sapevano dalla parrucchiera al prete della città accanto, fino a Bologna senza conoscere nessuno.

Mi rendo conto che questa esperienza non sia paragonabile a quella di molte altre persone che dopo il liceo sono andate a fare volontariato in Pakistan ma per me essere uscita felice dalla mia comfort zone è già un successo.

Devo anche dire che a Bolo ci si abitua subito, qui adesso ho i miei amici, la mia nuova casa, una mia nuova comfort zone. Se da un lato è triste pensare che tutto questo in pochi mesi cambierà, forse dall’altro sarebbe più triste pensare che tutto questo non cambierà mai.

 
 
 
 
 
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