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Il Risiko del Presidente

Il 24 gennaio si terrà la votazione per il primo scrutinio

By Gianfranco Gatta

Il 3 gennaio si è aperta ufficialmente la corsa alla Presidenza della Repubblica. I concorrenti allo steccato, come sempre, sono molti e tra questi spicca in maniera impropria chi si autocandida. Poi ci sono i candidati creati dai mass media che per fare ascolti e vendere copie di giornali, si dilettano a creare scenari quanto meno impraticabili. D'altronde la maggior parte di loro sono diventati i lobbisti dei partiti, tentando di condizionare quei pochi che li leggono. E poi si lamentano della moria di copie!

Ma facciamo un passo indietro.

L’elezione del Presidente della Repubblica avviene in base ai dettami dell’Articolo 83 della Costituzione che riassumendo indicano: nei primi tre scrutini si deve ottenere una maggioranza qualificata, indicata nei 2/3 degli aventi diritto al voto, ovvero i membri di Camera e Senato più 58 delegati regionali, per un totale di 1009 elettori. Dalla quarta votazione in poi, per l’elezione è necessaria la maggioranza assoluta, cioè la metà più uno. In sostanza la soglia si abbassa di più di duecento voti.

 
 
 
 
 
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In prima istanza, per galateo istituzionale, si valutano le candidature dei Presidenti di Camera e Senato, successivamente si cerca la convergenza sulla personalità che più, si suppone, sappia garantire il ruolo di super partes. In passato, come già scritto, si è passati dall’elezione di Giovanni Leone al 23 scrutino a quella di Francesco Cossiga, eletto alla prima votazione. 

Le autocandidature sono una palese sgrammaticatura istituzionale e non portano bene, come dimostrano le vicende passate di Amintore Fanfani, Walter Veltroni, Arnaldo Forlani e che oggi rischiano di portare male ai vari Pier Ferdinando Casini, Dario Franceschini e soprattutto a Silvio Berlusconi. In predicato anche l’immancabile Giuliano Amato, da vent’anni un nome buono per tutte le stagioni… tranne quella giusta.

 
 
 
 
 
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Era prassi che le manovre sotterrane dei partiti per “bruciare” candidati scomodi iniziassero due/tre mesi prima dell’elezione, stavolta è stato lo stesso Presidente Mattarella a dare inizio alla sarabanda elettorale dichiarando a fine febbraio, davanti ad una scolaresca, di sentirsi un po’ stanco e di voler tornare a casa a fine mandato; praticamente a quasi un anno dall’elezione presidenziale e come dicono a Milano: “l’era mai succes!”.

Da qui parte la prima narrazione impropria di quasi tutti gli organi d’informazione: “Mattarella vuole restare al Quirinale!” Una follia che spiazza tutti i leader politici. E a nulla valgono i ripetuti propositi di fine mandato da parte del Presidente. La seconda “fake” arriva col discorso di fine anno da parte del Presidente del Consiglio Mario Draghi, quel: “Sono un nonno al servizio delle Istituzioni” viene da subito interpretato come una richiesta di voler andare al Quirinale. Una follia ancora più macroscopica.

 
 
 
 
 
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Draghi, in realtà da buon gesuita, loda i partiti per ammonirli su l’anno che verrà ovvero una prevedibile massacrante campagna elettorale in vista delle elezioni politiche del 2023. Quando dice che i partiti sono in grado di portare a termine il lavoro da Lui iniziato, sta dicendo che non è disposto ad andare avanti se non si trova un accordo su alcuni punti fondamentali per la gestione dei fondi europei e delle riforme da portare a termine, ma soprattutto se al Colle non sale una personalità che sappia garantire il lavoro dell’attuale governo, così come fatto dal Presidente Mattarella.

 
 
 
 
 
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Rino Formica, politico di razza, alla domanda di Concetto Vecchio, per Repubblica.it: “Ha capito come finirà l'elezione al Quirinale?” risponde: “Difficile dirlo. Per la prima volta un Parlamento decomposto dovrà produrre un composto. Non ho mai visto una situazione più terremotata di adesso”.

Dietro l’isteria del proliferare di autocandidature e totonomi c’è la paura, se non il terrore, di un salto nel buio che porterebbe alle elezioni politiche anticipate e questo i partiti non possono permetterselo; la soluzione ideale, secondo i loro desiderata, sarebbe lo status quo delle cose: Mattarella e Draghi rimangano al loro posto per finire la legislatura. Ma il diavolo si palesa nei dettagli, Mattarella non è disponibile e Draghi lo è solo alle sue condizioni; fermo restando che i mercati internazionali e le Cancellerie di mezzo mondo vogliono Draghi alla Presidenza del Consiglio e come ammonimento… si torna parlare di Spread.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Enrico Mentana (@enricomentana)

In fondo, ma proprio in fondo, le anime pie “auspicano” una donna al Colle. Marta Cartabia e Maria Elisabetta Alberti Casellati le più citate, salvo la meteora Letizia Moratti che fu un’invenzione estemporanea di Peter Gomez da Marta Merlino, La7, che vedendo l’assessore alla sanità della Lombardia ospite nella stessa trasmissione, inventò sul momento che fosse la candidata segreta del centro destra. Più che un colpo giornalistico fu un colpo di sole!

 
 
 
 
 
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Se si vivesse in un mondo perfetto la donna più accreditata per salire al Colle sarebbe la senatrice Liliana Segre che tutti i parlamentari per bene voterebbero, così come tutti gli italiani per bene vorrebbero. Ma sarebbe una impropria scortesia gravare di un simile impegno quella che molti intendono come la “Nonna d’Italia”.

Credit Image: Vivien Buaron

Il 24 gennaio si terrà la votazione per il primo scrutinio con l’incognita della defezione di decine di votanti tra i 1009 grandi elettori a causa del Covid, tanto per non farsi mancar nulla.