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Elezioni politiche: ha vinto Giorgia Meloni

E questo è un fatto epocale in quanto è la prima donna che in Italia diventa Presidente del Consiglio. Per altro cosa rara anche nel resto del mondo

By Gianfranco Gatta

Quello che i sondaggi, da tre mesi a questa parte avevano pronosticato si è sostanzialmente avverato: ha vinto il centro destra, in maniera chiara e netta, cosa che gli permetterà di governare per i prossimi cinque anni. Salvo implosione!

Sui sondaggi, gli istituti del settore e su come vengono presentati i dati ci sarebbe molto da discutere ma ci si addentrerebbe in tediosi tecnicismi sui quali volentieri soprassediamo. 

Così come addentrarci sull’analisi della comunicazione di questa campagna elettorale ci porterebbe a un linguaggio politichese del quale altrettanto volentieri se ne può fare a meno. La conta degli errori e delle virtù le lasciamo agli esperti dei vari partiti che ne sapranno fare sicuramente tesoro, nei mesi a venire.

 
 
 
 
 
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Giorgia Meloni ha vinto perché dotata di una forte identità, di un gran carattere e di una indiscutibile coerenza. Ha vinto contro la misoginia dei suoi due alleati, contro inopportune ingerenze straniere e contro un avversario che ha pensato più a delegittimarla che a offrire proposte concrete, limitandosi a semplici slogan.

La stessa Meloni non ha presentato un distintivo programma politico, nonostante assicuri di “avere centinaia di proposte”; anche lei si è limitata a declinare svariati slogan gonfi di propaganda, a volte con qualche contraddizione. Ma è normale in qualsiasi campagna elettorale.

In realtà sa benissimo, da persona intelligente, che il suo sarà un cammino a vista, nonostante la netta maggioranza.

 
 
 
 
 
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Il primo ostacolo lo troverà nella composizione di governo. Qui dovrà subito regolare i rapporti di forza con i suoi alleati e dal momento che il potere unisce, avrà gioco facile nel tenere le redini e limitarne i desiderata.

Il secondo ostacolo, come per tutti i nuovi governi, saranno i primi cento giorni. Per prima cosa dovrà affrontare in tempi brevi la legge di bilancio, rischiando di finire in “esercizio provvisorio”. Nella notte dello scrutinio Guido Crosetto, il suo più fidato consigliere, ha fatto intendere che la legge di bilancio dovrebbero scriverla il governo entrante assieme quello uscente; un modo elegante e molto intelligente di chiedere aiuto Mario Draghi. La seconda priorità, di questi primi cento giorni è quella di rassicurare l’Europa sulle posizioni del nuovo governo in campo internazionale, compito piuttosto agevole per la neo premier dal momento che per lei parlano gli atti parlamentari della passata legislatura: dall’opposizione ha sempre votato a favore alle sanzioni alla Russia e all’invio di armi all’Ucraina.

Last but not least il caro bollette, l’inflazione, la paventata ondata di ritorno della pandemia e qualche altra “sciocchezza” di questo tipo. Cento giorni da far tremare i polsi a qualsiasi “primo della classe”!

 
 
 
 
 
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Qualsiasi governo italiano in materia economica deve fare i compiti a casa dettati da Bruxelles, in virtù di un debito pubblico di 2mila miliardi e 800milioni e la Meloni ha l’intelligenza per rendersi conto di un simile dramma. 

Ammesso e concesso che saprà superare in maniera sufficiente questi primi ostacoli, confidando in una adeguata squadra di governo, demanderà ad una bicamerale la grana delle riforme istituzionali e relativa legge elettorale e su questo fronte, dal momento che non è materia governativa bensì parlamentare, starà serena per almeno due anni.

Nel percorso sopra delineato non c’è traccia di ritorno al fascismo, di sabati sportivi o di purghe indigeste, sciocchezze di propaganda indegne per un paese democratico. 

Nel proseguo della legislatura però potranno esserci degli imprevisti e alcuni scivoloni. Si sa che l’Italia è il paese che più ama salire sul carro di vincitori e spesso ci salgono personaggi che, come dice il poeta: “Vogliono essere più realisti del Re”. 

Intanto nella primavera del 2023 ci saranno le elezioni Regionali nel Lazio e nel Molise, più in vari comuni e qui gli appetiti dei suoi alleati potrebbero tornare prepotentemente alla ribalta. 

Poi il clima “culturale” che si starà imponendo potrebbe spingere entusiasti operatori di determinati settori (medicina, sicurezza) a spingere l’acceleratore sulla limitazione dei diritti civili; casi isolati che potrebbero creare un clima generale di protesta e di questo il governo ne risentirebbe di sicuro.

Senza dimenticare che dietro l’angolo, come è umano che sia, c’è sempre la “sindrome di Renzi” in agguato: passare dal 40% al 18% è un attimo!

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Matteo Renzi (@matteorenzi)