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Due chiacchiere con Laika: l’attivista street artist che ha conquistato Roma e non solo

Da Regeni che abbraccia Zaki ad Agnelli, Laika fa clamore in silenzio e ha un team di aiutanti mascherati

By Giulietta Riva

Squilla il computer, è lei a chiamarmi su Skype. Si scusa per il ritardo, si stava preparando. “Complesso” penso tra me e me “con tutti quegli strati”. Per chi non la conoscesse, Laika quando è notte attacca le sue opere di street art sui muri romani e non solo: “voglio che sia la strada a parlare per me, la galleria più democratica che esiste”.

Niente di strano fino a qui, dato che a detta sua il mondo dell’arte murale è ormai mainstream, se non fosse per il travestimento che la rende impenetrabile. La sua impenetrabilità all’inizio mi spaventa, tant’è che cauta la ringrazio per avermi concesso l’intervista in una maniera talmente istituzionale che quasi rido di me.

Però Laika ha qualcosa che me la fa sentire più vicina come la conoscessi. Che nonostante lo schermo, la maschera, la parrucca e i guanti, in alcuni momenti della chiacchierata quasi (ho detto quasi) mi fa commuovere.

 
 
 
 
 
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Ciao Laika, faccio una premessa. Nasco curiosa e non sapere chi si nasconde dietro la maschera è molto difficile. Perché ti nascondi?

È una necessità, ho bisogno di questa maschera come filtro per liberarmi dal resto. Ho l’esigenza di mantenere separate le mie due vite, senza il travestimento non potrei essere irriverente come sono. E all’irriverenza non rinuncio.

La cosa bizzarra? L’impatto della maschera è talmente forte che sto sviluppando un “Laika pensiero”. Non fraintendermi, sono sfumature di pensiero, non c’è un vero distacco dalla me reale ma mi aiutano ad affrontare meglio il contorno.

 
 
 
 
 
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Il disegno con Agnelli che buca il pallone sta facendo il giro del mondo: qual è la sensazione che si prova a vedere una propria opera diventare simbolo di un momento storico?

Non è la prima volta che mi succede ma nonostante questo resto sempre stupita del fatto che un pezzo di carta elaborato possa fare il giro del mondo. Il mio poster di Agnelli che buca il pallone è improvvisamente apparso ovunque, io sono caduta dalle nuvole, come sempre quando accade una cosa del genere.

 
 
 
 
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Con le tue opere vuoi combattere qualcosa?

Sono fermamente convinta del ruolo sociale dell’artista. Penso sia giusto dare dignità al proprio ruolo, senza abbandonare il proprio stile. Per me è importante che la gente rifletta, che stimoli la propria coscienza, ai muri vuoti preferisco i muri che parlano. I miei poster parlano e pure tanto.

 
 
 
 
 
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Donne e calcio è un binomio faticosamente accettato eppure non è la prima volta che ti esponi artisticamente facendo riferimento al mondo del pallone: sei tifosa?

Sono tifosa romanista e ci sono dei momenti in cui smetto parzialmente di preoccuparmi di temi sociali e scelgo di essere solo ironica o celebrativa. Mi piace celebrare figure legate alla mia sfera privata. Nel primo De Rossi, ad esempio, c’è un inno al personaggio e in simultanea una critica alla dirigenza che in nome del business è stata capace di sacrificare la propria bandiera. Sono nostalgica del vecchio calcio, tifosa sì ma contro il calcio contemporaneo, perché? È poco inclusivo.

Il binomio donna e calcio è un discorso, invece, che tocca diversi punti: la difficoltà si riscontra nel muoversi in un contesto ad appannaggio prettamente maschile che nasce da un immaginario stereotipato (dagli uomini) in cui la donna rimane relegata all'estetica, come se i valori e i principi non siano percepibili sentiti o vissuti come un uomo. Un esempio può essere come viene intesa e proposta la presenza femminile nei programmi di approfondimento calcistico.  

Dal punto di vista culturale, in Italia, manca, nella maggior parte dei casi, la condivisione del tema calcistico già con le componenti femminili del nucleo familiare. Dal punto di vista invece del tifo, uscendo dal mondo dei cultori-élite del pallone, questa disparità si affievolisce, riuscendo ad esprimere la reale sensazione e passione che si prova a tifare la propria squadra. Ma aspetto ancora di vedere una donna capo-ultrà!

 
 
 
 
 
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Facciamo un passo indietro: quando e come nasce la passione per la street art?

La passione per i muri che parlano l’ho sempre avuta. L’evoluzione ha portato a dove siamo oggi: a cavallo tra underground e mainstream. I miei miti sono Mimmo Rotella e per aspetto action comunicativo non posso non citare Banksy. Da piccola facevo sketch per scherzo. Poi un giorno, ho deciso di uscire allo scoperto (si fa per dire). Ho provato una grande soddisfazione, come una liberazione.

 
 
 
 
 
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Ogni nuova opera, ogni nuovo assalto al muro, produce sempre la stessa adrenalina o con il tempo le sensazioni cambiano?

Si tratta di un gesto illegale, l’adrenalina rimane sempre. Spesso è legata alla paura, come quando ho voluto fare un blitz all’ambasciata d’Egitto.

Il muro, poi, contiene la magia: in un mondo sempre più digitale inciampare davanti ad un’opera fisica illegale fa il suo effetto. L’opera la regalo alla strada, i muri hanno le loro leggi, l’opera resta lì, è di tutti e per tutti.

 
 
 
 
 
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Parlaci del tuo legame con Roma e della difficoltà di abitare e amare una città così complessa.

Roma è senza dubbio una delle mie più grandi fonti d’ispirazione. È una città carica di contraddizioni, se dovessi tradurla in immagine la penso come un elefante appesantito da secoli di storia.

Abitandola sembra di essere sospesi, come fosse sempre sull’orlo del tracollo, però poi fai un giro di notte e ti toglie il fiato. Quando siamo io, lei e la colla (per attaccare i poster ndr.) ha inizio la magia.

 
 
 
 
 
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Hai un sogno?

Girare il mondo e comunicare con la gente attraverso le mie opere, creare dibattito, stimolare il loro spirito critico. Mi piace esporre e attaccare in posti assurdi. Come sarebbe fare un’installazione in cima al Colosseo? Eh infatti: non faccio solo carta, faccio anche installazioni. In futuro vedrete...

 
 
 
 
 
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Non mi dirai quanti anni hai, vero?

No.

Ho come la sensazione che tu sia mia coetanea…

Sono addestrata a non cadere nei tranelli, se ti dicessi grazie sembrerei più grande e poi, non so neanche quanti anni hai tu.

26.

Ah…

 
 
 
 
 
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