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Zuia intervista Acrimònia Magazine

Zuia non ha paura del buio: ‘Racconto quello che fa male per sentirci meno soli’

Tempo di lettura: 2 min.

L’artista classe ’98 esordisce con un EP crudo e poetico tra violenza, amore e redenzione. Ce ne parla in un’intervista a cuore aperto.

C’è una nuova voce nella musica italiana che non ha paura di guardare in faccia la realtà. Si chiama Zuia, ha 26 anni, arriva dalla Sardegna e scrive canzoni che parlano senza filtri di ciò che molti tacciono: l’amore che fa male, la dipendenza, la violenza, ma anche la voglia di ricominciare. Il suo primo EP, “Da qui se ne van tutti”, è un progetto viscerale, emotivo e onesto, costruito su beat R&B, incursioni EDM e un’estetica fortemente simbolica.

Noi di Acrimònia l’abbiamo incontrata per parlare di musica, ferite e rinascite.

L’intervista a cuore aperto

“Da qui se ne van tutti” è un titolo che suona forte, definitivo. Da dove nasce questa frase e cosa rappresenta per te?
È una dedica al mio paese d’origine, piccolo e provinciale, in Sardegna. Ho sentito spesso questa frase riferita ai più giovani che andavano via. Ma è lì che ho iniziato a fare musica. Le coordinate del paese sono “nascoste” nella copertina, è il mio modo di rendergli omaggio.

Nel tuo EP affronti temi intensi come la dipendenza, la violenza, l’amore tossico. Quanto di te c’è in queste storie?
C’è la mia esperienza, ma anche quella di altre persone. Spero che i miei testi aiutino chi ne ha bisogno a sentirsi meno solo. Perché qualcuno che si è sentito come te c’è sempre, o quasi.

“Chiodi” apre l’EP con una relazione che fa male. Hai mai avuto paura che certi sentimenti potessero risultare troppo?
Forse sì, qualche volta. Ma la musica è un mezzo potentissimo: serve a liberarsi. È sempre più importante aprirsi e farci compagnia, in modo umano e reale.

In “Male” parli di un amore che non fa male. Quanto è difficile riconoscerlo?
Questa canzone nasce da un’amicizia a distanza. Poi ho inserito delle metafore amorose. Riconoscere un amore sano non è sempre facile, ma non dobbiamo lasciare che le brutte esperienze ci cambino in peggio.

“Alice” è forse il pezzo più crudo. Come nasce questa figura?
Durante la scrittura ho pensato a un’Alice non più nel paese delle meraviglie, ma delle rovine. La make-up artist Emilia Poloni mi ha aiutato a creare, visivamente, questa Alice ferita e viva. È il brano più duro.

Il sound dell’EP è ricco e variegato. Com’è stato lavorare con Alem K?
Tutto è nato con spontaneità e sintonia. In studio abbiamo cercato i suoni che ci emozionavano. Siamo due ragazze piene di influenze e abbiamo trovato il nostro equilibrio.

“A un passo da te” è il brano più intimo. Com’è stato scriverlo?
È stato particolare. Volevo parlarne da tempo ma ho esitato, non trovavo le parole giuste. Alla fine ci sono riuscita.

L’estetica gioca un ruolo forte nei tuoi contenuti. Che peso ha per te il visivo?
L’estetica è comunicazione. Può cambiare da progetto a progetto. In questo EP era giusto raccontare anche con le immagini, e lo abbiamo fatto con scelte simboliche e un tocco surrealista.

Hai raccontato il dolore, ma anche la resistenza. Se dovessi riassumere l’EP in una sola parola?
Frammenti.

Questo è il tuo primo EP. Dove immagini che ti porterà?
Spero mi spinga sempre oltre nel raccontarmi e nell’esprimermi. Vorrei che la mia musica fosse anche un aiuto per gli altri, in tutte le sue forme: quelle più cupe e quelle più chiare.

Illustrazione di Gloria Dozio – Acrimònia Studios
2560 1440 Fabiola Graziosi
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