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Politica dibattito Acrimònia Magazine

Quando abbiamo smesso di saper discutere?

Tempo di lettura: 3 min.

Sui social siamo tutti pronti a esprimere opinioni nette; dal vivo il confronto diventa scontro o viene evitato. L’orientamento politico è diventato una scorciatoia per giudicare carattere, intelligenza e credibilità: sapere “per chi voti” cambia immediatamente il tono del giudizio.

Nel 2023 è successo un miracolo. In America, uno dei paesi più estremi nel dibattito politico, nasce Disagree Better: uniniziativa promossa dal governatore repubblicano dello Utah, Spencer Cox, in qualità di presidente della National Governors Association.

In una delle pubblicità Cox si mostra con il governatore del Maryland, Wes Moore, e insieme, nonostante siano avversari politici, sono stati capaci di fare una cosa che oggi sembra quasi rivoluzionaria: parlare. Civilmente e amichevolmente. Mettendo in luce ciò che li accomuna, prima ancora di ciò che li divide. Era davvero così difficile?

Ed è proprio questo il punto: oggi una scena così sembra quasi surreale.

“Per chi voti?” è ormai quasi una domanda rara. Online siamo continuamente esposti a opinioni politiche: post, like, prese di posizione nette. Dal vivo, però, è diverso. È raro che qualcuno lo chieda davvero, e quando succede non è tanto la risposta a cambiare latmosfera, ma il modo in cui viene ascoltata. Le parole pesano di più, il tono si aggiusta, qualcuno smorza, qualcun altro precisa. Non è ancora uno scontro, ma non è più nemmeno una conversazione qualsiasi.

Il linguaggio politico è cambiato.

Qualche mese fa, durante le manifestazioni pro-Pal a Milano, mi è capitato di assistere a una scena che rende bene il clima. Un gruppo di persone usava quello spazio per rivolgere accuse a chi invece non aveva partecipato alla marcia: complici, vogliono le guerre, fino a frasi che denigravano laltro senza che ne fossero state chieste le motivazioni o ascoltata lopinione. E allo stesso tempo, a pochi passi, cera anche chi provava a smussare, non entrando nello scontro diretto, quasi a cercare uno spazio diverso dentro la stessa piazza.

Al di là del caso specifico, quello che colpisce è quanto sia ormai difficile restare in uno spazio di confronto basato sulle idee e non sulla persona. È proprio qui che parlare diventa un rischio: non solo per paura del disaccordo, ma per la paura di essere ridotti a quel disaccordo.

E chi invece si espone lo fa spesso con una nettezza che lascia poco spazio al dubbio, perché oggi la complessità — il tentativo di valutare, pesare, mettere in discussione unidea — rischia di essere letta come indecisione, o peggio ancora come passività.

Posso dirlo o sembro troppo di sinistra? Se ci credo sono troppo di destra? Se sono neutrale, sembro codardo? Eppure, nella realtà, queste domande raramente vengono dette ad alta voce: restano sospese, come filtri invisibili che entrano prima ancora delle parole.

Per questo, forse, di politica ne capiscono di più quelli che parlano meno. I muti, più che per scelta, per strategia: perché hanno imparato a decodificare il linguaggio del quieto vivere.

Il modo in cui comunichiamo non è rimasto lo stesso. Sui social la risposta immediata conta più del contenuto stesso. Non è solo cosa dici, ma quanto velocemente lo dici, quanto rapidamente aderisci a unidea o a una posizione. Il linguaggio politico oggi si è spostato su questa stessa logica: reazione prima del contenuto, posizione prima della riflessione.

Anche se nella vita reale questo meccanismo non regge allo stesso modo e si incrina proprio nel momento del confronto diretto. Perché fuori dallo schermo il confronto avrebbe bisogno di tuttaltro tempo: quello della riflessione, dellascolto, dell’accettazione.

A questo punto la domanda è inevitabile: quando siamo diventati così fragili? Ma sopratutto, come rimediamo?

Mai avrei pensato di dirlo, ma forse si fa come lAmerica. Come il governatore Cox che promuove lessere in disaccordo in armonia.

Perché su una cosa non ci piove: senza disaccordo non c’è progresso. E senza progresso, il confronto smette di essere crescita.

E forse vale la pena ricordarlo anche ai nostri politici.

Illustrazione di Gloria Dozio – Acrimònia Studios
2560 1440 Benedetta Astolfi
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