Dalla costruzione dell’“altro” alla sovraesposizione mediatica, un’analisi su come percepiamo la sofferenza globale e perché non tutte le vite suscitano la stessa reazione.
Vi è mai capitato di svegliarvi, prendere un caffè e accendere la televisione sentendo in sottofondo notizie sulla guerra? Quante volte pensiamo “che tragedia”, per poi convincerci di non poter fare nulla e tornare subito alla nostra giornata, al lavoro, agli impegni quotidiani. La volontà non è colpevolizzare ma, mettere in luce quel disallineamento silenzioso tra la nostra vita e quella degli altri: una tensione costante, quasi un’ansia di fondo, che accompagna le nostre giornate mentre osserviamo da lontano la sofferenza del mondo.
L’occidente e la costruzione dell’altro
Il sociologo e filosofo Zygmunt Baumann ha analizzato il colonialismo mostrando come il pensiero post coloniale abbia evidenziato un aspetto centrale: l’identità occidentale è il risultato della violenza coloniale.
Per secoli, l’Occidente si è presentato come riferimento universale, ponendo il maschio bianco occidentale come modello della normalità. In questo senso, l’Occidente non è soltanto una realtà geografica, ma soprattutto culturale: un sistema che produce significati, valori e gerarchie.
Nato con lo sviluppo coloniale a partire dal XVI secolo, esso si definisce come una società sviluppata, industrializzata, capitalista, laica e moderna. Ma, secondo Bauman, la costruzione dell’Occidente è avvenuta anche attraverso la contrapposizione con “gli altri”. Il resto del mondo è stato quindi rappresentato come qualcosa di distante, diverso, quasi opposto. Questa distinzione non è servita soltanto allo sviluppo economico e politico occidentale ma, anche alla costruzione della sua identità culturale.
L’ansia della distanza
Ma che cos’è davvero quell’ansia che proviamo?
È quella sensazione che nasce quando, mentre viviamo la nostra quotidianità, sappiamo che altrove qualcuno sta vivendo faccia a faccia con la morte. È il disagio che compare quando, dopo immagini di bombardamenti o distruzione viste in televisione o sui social, torniamo improvvisamente alla nostra routine. L’esposizione indiretta alla violenza attraverso i media può infatti generare stress e ansia. L’attenzione verso ciò che accade nel mondo non è solo empatia: è anche una forma di “ansia da prossimità distante”. Siamo abbastanza vicini da vedere tutto ma, troppo lontani per poter intervenire davvero.
Il ruolo dei media
Uno studio del 2019 intitolato “Media Exposure to Collective Trauma, Mental Health, and Functioning: Does It Matter What You See?”, realizzato da Holman e colleghi, sostiene che nei recenti anni i traumi collettivi su larga scala come disastri naturali, guerre o sparatorie di massa, siano diventati sempre più frequenti e presenti nella nostra vita quotidiana.
Lo sviluppo delle tecnologie digitali e dei social media ha reso possibile assistere agli eventi in tempo reale, spesso senza filtri. Oggi chiunque può vedere immagini violente e traumatiche 24 ore su 24, 7 giorni su 7, spesso in diretta e senza filtri, direttamente dal proprio telefono. Secondo lo studio, capire in che modo queste immagini influenzino il pubblico è una questione importante anche dal punto di vista della salute pubblica salute pubblica globale (Leaning & Guha-Sapir, 2013).
L’esposizione continua a contenuti molto violenti può infatti aumentare significativamente i livelli di ansia e stress (Holmes & Matthews, 2010). Le persone che avevano visto immagini più esplicite riportavano maggiori difficoltà emotive e di concentrazione anche settimana dopo gli eventi. Il punto centrale emerso dalla ricerca è che non conta soltanto il tempo trascorso sui media ma, soprattutto il tipo di immagini osservate. Scene di sangue, feriti e violenza hanno un impatto emotivo molto più forte. Le immagini traumatiche, inoltre, possono funzionare come amplificatori emotivi, attivando aree del cervello legate alla paura e alla percezione della minaccia (Bourne, Mackay, & Holmes, 2013).
L’importanza di questo studio è evidente: l’iper-esposizione mediatica influenza ormai la nostra quotidianità. Possiamo vedere tutto, tuttavia senza poter intervenire concretamente. Ed è proprio da qui che nasce una sensazione di impotenza morale: assistiamo alla sofferenza del mondo attraverso uno schermo, mentre continuiamo la nostra vita normale.
Fanon e la disumanizzazione
Frantz Fanon, psichiatra e antropologo francese, nelle opere “I dannati della terra” e “Pelle nera, maschere bianche”, affronta i temi dell’interiorizzazione della gerarchia ma soprattutto della disumanizzazione, di come le vittime delle guerre che ogni giorno compaiono sui nostri schermi, finiscono per perdere la propria individualità, trasformandosi in categorie astratte.
Anche Fanon collega la nascita dell’occidente al colonialismo: l’Europa ha costruito la propria ricchezza appropriandosi delle risorse degli altri e contemporaneamente ha costruito l’immagine di questi “altri” sminuendola, sottomettendola e alienandola.
Il colonialismo è quindi l’immagine del mondo che influenza la vita e la visione del mondo dei colonizzatori quanto quella dei colonizzati. Il sociologo parla di “Racialisation e dehumanisation” ovvero l’idea che la creazione di una razza deumanizza chi viene etichettato come diverso. Gli europei hanno creato il nero come categoria degradata, debole, barbara e incapace di governare sé stessa.
Dalle sue esperienze personali, Fanon comprende che il colonialismo crea un confine insuperabile: per quanti sforzi si fanno per essere normali, c’è sempre qualcosa che segna la differenza. Si tratta della condizione paradossale del colonizzato, una condizione patologica insuperabile.
Secondo Fanon l’effetto principale della colonizzazione non è l’appropriazione di risorse ma l’imposizione culturale che sostiene un contesto di dominio e sottomissione. Produce una normalità alla quale tutti dovrebbero conformarsi ma, da cui alcuni vengono comunque esclusi.
È qui che nasce il paradosso del colonizzato: anche cercando di adattarsi ai modelli occidentali, continuerà a essere percepito come diverso.
Chi è davvero l’altro?
A questo punto emerge una domanda inevitabile: chi è davvero l’altro? La contrapposizione tra “noi” e “loro” è ambivalente. Da una parte ci incuriosisce ciò che accade altrove; dall’altra lo percepiamo come distante. Spesso pronunciamo frasi come “non possiamo farci nulla”, quasi a segnare un confine emotivo tra la nostra vita e quella degli altri.
Lo straniero mostra un particolare aspetto delle relazioni: in queste generalmente avvertiamo forme di vicinanza e lontananza ma con lo straniero questo accade specialmente perché gli stranieri sono tali prima che persone, sono tutti uguali. È visto come categoria proprio perché esso rappresenta questa tensione tra vicinanza e lontananza.
Un esempio comune è l’idea stereotipata secondo cui “i cinesi sono tutti uguali”. Si tratta di una categoria con il quale interpretiamo il mondo ed è un modo di entrare in relazione con altri, specialmente con lo straniero. Quando però entriamo realmente in contatto con l’altro, quella distanza tende a ridursi. Lo straniero smette di apparire come un gruppo indistinto e torna a essere una persona singola, con caratteristiche proprie.
Dunque, lo straniero non è altro che una categoria, una costruzione sociale della comunità, la quale traccia un confine tra chi sta dentro e chi sta fuori e questo definisce la diversità dell’altro, associando a questa distinzione una valutazione di tipo morale: noi siamo diversi da loro e loro sono inferiori rispetto a noi. Lo straniero quindi ci interessa, rendendolo vicino, ma, al tempo stesso non è davvero “noi” e quindi è percepito come distante.
Le strategie dell’alterità
In sociologia esistono diverse teorie sulle cosiddette “strategie discorsive di alterità”, cioè i modi di interpretare inconsapevolmente lo straniero, influenzati dalla nostra famiglia, dalla scuola e dal nostro contesto sociale e culturale. Una delle più diffuse è la semplificazione stereotipata o idealizzazione già citata: in sostanza la tipica frase “i cinesi sono tutti uguali”. Attribuiamo a interi gruppi umani caratteristiche identiche, riducendo la complessità delle persone a pochi elementi superficiali.
Un’altra strategia molto diffusa negli ultimi secoli ma anche nelle epoche antiche è l’esotizzazione, ovvero la proiezione di fantasie di desiderio e di degradazione (racconti enfatici sulla mancanza o l’eccesso dell’altro e soprattutto sull’esoticismo dell’altro). Questo fenomeno negli ultimi anni è particolarmente evidente nei confronti delle culture asiatiche. Attraverso internet e i social media ne consumiamo continuamente immagini e contenuti ma spesso continuiamo a percepirle come realtà lontane e “altre” rispetto a noi.
Vi è poi l’inferiorizzazione: l’incapacità nel riconoscere e rispettare le differenze dell’altro. Lo straniero, quindi, non viene riconosciuto come un pari.
Infine, vi è l’etnocentrismo: la tendenza a imporre categorie e norme europee, cioè a vedere il mondo attraverso il filtro culturale dell’occidente. La costruzione dell’occidente è diversa da tutto il resto, ad esempio gli indiani sono tutti uguali e spesso non vengono considerate le differenze tra i vari indiani.
L’altro viene uniformato sotto la categoria “non come noi”: tutte le differenze esterne (tra gli altri fuori da “noi”) sono ridotte alla contrapposizione con il “noi”.
In questo modo il mondo finisce per essere diviso in due blocchi: “noi” e “loro”. Una semplificazione che cancella la complessità reale del genere umano.
Il valore delle vite
A questo punto emerge una questione fondamentale: tutte le vite hanno davvero lo stesso valore?
Il sociologo e antropologo francese Didier Fassin in “Another Politics of Life is Possible (2009)”, sostiene che le società contemporanee attribuiscono valori diversi alle vite umane. La sua idea centrale è che non tutte le vite vengono considerate allo stesso modo: alcune sono percepite come degne di protezione, attenzione e compassione, mentre altre restano invisibili o marginali. Tornando al discorso iniziale dell’articolo, alcune morti ci colpiscono di più mentre altre restano numeri poiché estremamente lontane.
Fassin sottolinea che questa differenza di trattamento emerge specialmente nel modo in cui reagiamo alla sofferenza e alla morte. Alcune tragedie (come accennato all’inizio dell’articolo) suscitano forte emozione pubblica, mobilitazione politica e copertura mediatica intensa. Altre invece vengono minimizzate e ridotte a statistiche o numeri anonimi. Tutto ciò non dipende da una reazione naturale ma da processi sociali, politici e culturali che stabiliscono quali vite contano di più.
Fassin, riprendendo Foucault, sostiene che la politica contemporanea non si limita a governare le persone, ma produce una gerarchia morale della vita. Introducendo il concetto di “biolegittimità” per spiegare che la società attribuisce valore soprattutto alla vita biologica, cioè al semplice fatto di essere vivi, ma facendolo in modo diseguale. Alcuni individui, quindi, ricevono riconoscimento e diritti solo quando la loro sofferenza fisica diventa visibile e dimostrabile.
La distanza emotiva verso certe vite non è spontanea né inevitabile. È costruita culturalmente, mediaticamente e politicamente. Le istituzioni, i media e il discorso pubblico influenzano continuamente quali sofferenze meritano attenzione e quali invece possono essere ignorate. Dunque, per Fassin, quindi, parlare di “politica della vita” significa interrogarsi su chi viene considerato pienamente umano, su quali vite vengono protette e su quali morti riescono davvero a suscitare indignazione collettiva. È chiaro quindi che la distanza emotiva non è naturale ma socialmente costruita.
La volontà è mettere in evidenza quei meccanismi cognitivi e culturali che inconsapevolmente applichiamo ogni giorno. Capire questi processi permette aiuta a comprendere perché ciò che accade dall’altra parte del mondo riesca contemporaneamente a coinvolgerci e a sembrarci distante, facendo emergere quella sensazione di ansia discussa da Holman et al (2019).
L’iper-esposizione mediatica ci rende spettatori costanti della sofferenza globale: vediamo tutto, sappiamo di essere coinvolti ma spesso restiamo immobili.
L’intento è mettere in crisi la dicotomia “noi-loro”, evidenziando come la realtà sia estremamente più complessa e non può essere ridotta a bianco o nero: riconosciamo l’umanità ma filtrandola per categorie (noi-loro). Infine, l’obiettivo di questa riflessione è restituire individualità e umanità a chi viene ridotto a semplice categoria: in un mondo che tende continuamente a separare, classificare e creare distanza, diventa fondamentale ricordare che dietro ogni gruppo, ogni etichetta e ogni conflitto esistono persone.
Il genere umano è ricco di sfaccettature ed è ciò che lo rende speciale, nonostante gli innumerevoli difetti. Esiste un “noi” più grande: quello dell’essere umano.


