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Tute pilota motorsport Acrimònia Magazine

Le tute da pilota: da semplice protezione a icona del motorsport

Tempo di lettura: 2 min.

Dalla maglia di cotone di Fangio alle tute ipertecnologiche di oggi: come l’abbigliamento dei piloti si è trasformato tra sicurezza, tecnologia e identità visiva. Il pilota Gilles Renmans ci ha raccontato cosa significa indossare una tuta da gara nel 2026.

La tuta da pilota non nasce per essere bella, ma per resistere. Eppure, nel tempo, è diventata qualcosa di più: una seconda pelle per chi corre, simbolo di velocità, rischio e identità. La tuta che conosciamo oggi ha attraversato decenni di evoluzioni, trasformandosi da semplice protezione a vera e propria icona estetica del motorsport.

Chissà cosa ne penserebbe Fangio, leggenda argentina della Formula 1 e cinque volte campione del mondo, delle nuove tute ipertecnologiche, lui che guidava con un abbigliamento casual: maglia e pantalone di cotone, guanti di cuoio forati e occhiali protettivi con i finimenti d’alluminio.

Un look più vicino a quello quotidiano che a quello di un pilota professionista. Affascinante da vedere oggi, ma estremamente pericoloso. Gli organizzatori delle gare lo capirono presto, soprattutto dopo alcuni incidenti che segnarono profondamente la storia della Formula 1.

Uno dei momenti più drammatici arrivò il 1° agosto 1976 al Nürburgring, in Germania, con l’incidente di Niki Lauda alla guida della Ferrari 312 T2. La monoposto prese fuoco e il pilota venne salvato grazie all’intervento di altri piloti presenti in pista. Lauda sopravvisse, ma riportò ustioni gravissime e convisse per tutta la vita con le cicatrici provocate dall’incidente.

Da quel momento il modo di vestire i piloti cambiò drasticamente. Si comprese definitivamente quanto fosse fondamentale proteggere chi era al volante. L’obiettivo diventò quello di sviluppare tute capaci di resistere al fuoco per il tempo necessario a permettere un soccorso efficace.

Per un periodo vennero utilizzate anche tute contenenti amianto, considerate inizialmente molto efficaci contro le alte temperature, fino a quando non emerse la pericolosità del materiale per la salute umana.

La vera rivoluzione arrivò però grazie al Nomex, materiale ignifugo sviluppato negli anni ’60. Leggero ma altamente resistente al fuoco, il Nomex cambiò radicalmente gli standard di sicurezza nel motorsport, diventando il tessuto di riferimento per le tute da gara. Una sorta di seconda pelle progettata per aumentare le possibilità di sopravvivenza dei piloti in caso di incendio.

Oggi le tute continuano a evolversi e i piloti stessi raccontano di sentirsi sempre più protetti e comodi durante la guida.

Gilles Renmans, pilota del Campionato Italiano Gran Turismo e del Ferrari Challenge, ci ha raccontato come si sente all’interno della propria tuta: “Il materiale è così leggero e sottile che quasi non senti di avere una tuta addosso. In generale è molto comoda, davvero speciale”. Poi aggiunge anche quello che considera il suo principale difetto: “È molto calda, troppo calda”.

Nel corso degli anni, le tute non sono state soltanto strumenti di sicurezza, ma sono diventate anche un linguaggio visivo. Colori, sponsor e loghi comunicano appartenenza, identità e ambizione. Raccontano la storia di un team, di un pilota o di un sogno diventato realtà.

Le divise dei piloti sono così diventate vere e proprie icone del motorsport. La tuta rosso acceso della Ferrari indossata da Michael Schumacher è ancora oggi il simbolo di un’epoca dominata dal Cavallino Rampante, così come le tute gialle e verdi di Ayrton Senna continuano a essere associate al talento e al carisma del campione brasiliano.

Illustrazione di Gloria Dozio – Acrimònia Studios
2560 1440 Emma Brienza
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