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Revenge porn: una violenza virtuale dalle conseguenze reali

Un fenomeno frutto di un modello culturale sessuofobico

By Alessia Amorosini

La viralità, che sta alla base dei meccanismi del web, costituisce un’arma a doppio taglio: è positiva ad esempio, se si vogliono diffondere messaggi nel breve tempo o restare informati, negativa nei casi di cyberbullismo e revenge porn. Quest’ultimo fenomeno, che consiste nella diffusione di materiale intimo senza il consenso della persona ritratta, è oggi un reato nel nostro paese.

È prevista infatti una multa dai 5.000 a 15.000 euro, la reclusione da 1 a 6 anni e conseguenze, non solo per coloro che divulgano il materiale per primi, ma anche per chi ne è in possesso e lo diffonde, creando così un’onda virtuale che ha l’impatto di un maremoto nella vita delle vittime. Questa svolta legale però, non sembra sufficiente a far arrestare questa insulsa pratica.

Risale ad aprile il caso Telegram: gruppi da migliaia di iscritti si scambiavano il materiale esplicito di inconsapevoli fidanzate, mogli, ex ed addirittura video e foto di figli e figlie minorenni.

Oggi fa discutere il caso della maestra di Torino, licenziata in quanto vittima di revenge porn, oltre il danno pure la beffa. Il danno? La fiducia tradita, un patto rotto da un “uomo” che nega la rimozione del materiale intimo online poichè, a detta sua, “il rapporto tra noi era solo fisico e non affettivo”, il silenzio imposto con le minacce di ulteriore diffusione, la sensazione che lei stessa ha definito come essere stata “uccisa dentro” ed una violenza virtuale percepita tristemente reale.

La beffa? La gogna pubblica alla quale è stata sottoposta sul luogo di lavoro, orchestrata da una direttrice e da un personale scolastico medievali, che l’hanno indotta alle dimissioni e dei genitori bigotti, talmente indignati dall’accaduto, da minacciare la revoca delle iscrizioni.

Le conseguenze per il carnefice? Un anno di lavori socialmente utili.

Per fortuna però non sono mancate dimostrazioni di solidarietà per la donna.

Il campione Claudio Marchisio, con la moglie Roberta Sinopoli, hanno parlato della vicenda questione con un post di Instagram dai contenuti estremamente diretti:

- "Il video hard della maestra" in realtà si chiama revenge porn.
- Il revenge porn è un reato, oltre che una terribile violenza.
- Fare sesso non è un reato (neanche per le maestre).
Lei è innocente. Lui un criminale, oltre che uno stronzo.
Discorso chiuso 👩‍⚖️👨‍⚖️”.

 
 
 
 
 
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Anche il sindaco della città di Torino, Chiara Appendino, si è espressa sulla vicenda che ha colpito la sua concittadina, affermando: “Quello che è accaduto è solo la punta dell’iceberg di un modello culturale sessuofobico, maschilista e violento che permea ancora troppi strati della società”… “Forse è ora di insegnare alle nostre figlie e ai nostri figli che fare sesso, in maniera consapevole, consenziente e serena è una cosa bellissima. Che non c’è nulla di male nello stare in intimità con un’altra persona. E che questo non condiziona minimamente, nella maniera più assoluta, né la morale, né l’immagine, né la professionalità di chicchessia”. Aggiunge poi: “Poco tempo fa mi è ricapitato sotto gli occhi un articolo, peraltro di un’autorevole testata, che titolava: “Il prof di matematica più sexy del mondo? È l’italiano…” Con tanto di foto patinate senza maglietta. Secondo voi dopo aver posato per le foto e dopo che è uscito l’articolo è stato licenziato? Io credo di no (e ci mancherebbe!). Se invece sei una donna e le tue immagini private vengono illecitamente diffuse arrivando alla tua datrice di lavoro… beh, allora sei licenziata”.

 
 
 
 
 
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Oltre 200 tra giornaliste e donne dello spettacolo hanno scritto una lettera alla giovane maestra: “Grazie perché non sei stata zitta, come tanti avrebbero voluto. Grazie perché non ti sei arresa, e a chi ti ha detto che avresti dovuto provare vergogna hai risposto rendendo pubblica questa storia, in cui a vergognarsi dovrebbero essere tutte le altre persone coinvolte. Non tu”.

È nato anche il seguente hashtag per sostenere la donna: #iostoconlamaestra.

Il revenge porn non è altro che una nuova frontiera della violenza sessuale, che per altro non si arresta e trova terreno fertile in una società maschilista che demonizza la sessualità femminile. La vittima è definita la “stupida ingenua che se l’è cercata” e poco importa se il contenuto è stato realizzato e pensato in forma privato, è sufficiente che il materiale sia autoprodotto, per reputare la persona ritratta meritevole di denigrazione collettiva.

Proprio di questo fenomeno, individuabile in breve con il termine “victim blaming” (ossia colpevolizzazione della vittima) e di narrazioni mediatiche problematiche e fuorvianti, parla Carlotta Vagnoli in questo intervento:

 
 
 
 
 
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Chiara Ferragni,  sostenitrice del “potere della condivisione”, sfrutta la sua piattaforma (che vanta al momento ben 22 milioni di seguaci) per esporsi sullo slut - shaming, su cosa significhi essere donna nel 2020 e sottolinea come, la mancanza di solidarietà femminile non faccia altro che arrecare ulteriore danno al genere. Colpire le altre donne, significa indebolire anche sé stesse, innalzarle porterà a rafforzarsi. 

 
 
 
 
 
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Quelli citati fino ad ora sono casi di cronaca italiani, purtroppo però si tratta di un problema globale. Anche Kamala Harris, neoeletta vicepresidentessa degli Stati Uniti, ha trattato il tema del “revenge porn” partendo dall’analisi del termine stesso. La parola “revenge” (vendetta) suggerirebbe che la vittima abbia fatto qualcosa di negativo, causando un effetto meritato per le sue azioni e la parola “porn” (porno) solitamente indica un consenso di diffusione, che chiaramente in questi casi non c’è. Per questo la vicepresidentessa suggerisce il termine “cyber exploitation” (sfruttamento cibernetico) per identificare il fenomeno e promette di battersi affinché diventi un crimine federale.

Nel 2018 emergono su internet i deepfake pornografici. Cosa sono i deepfake? Una tecnica per la sintesi dell'immagine umana basata sull'intelligenza artificiale, usata per combinare e sovrapporre immagini e video esistenti con video o immagini originali. Nell’autunno del 2017, un utente anonimo di Reddit, con lo pseudonimo “deepfakes”, postò diversi video porno su Internet. Il primo che attirò l'attenzione di molti fu il deepfake di Daisy Ridley, ma anche una simulazione in cui si assiste all’attrice Gal Gadot, avere un rapporto sessuale con il suo fratellastro o altri raffiguranti celebrità come Emma Watson, Ariana Grande, Katy Perry, Taylor Swift o Scarlett Johansson.

Quest’ultima parlò pubblicamente del problema al Washington Post nel dicembre del 2018, descrivendo Internet come un vasto tunnel spaziale di tenebre che si mangia da solo”. I video, ovviamente falsi, divengono però via via sempre più difficili da distinguere dai contenuti reali, rappresentando una grave minaccia, in particolare per le donne meno conosciute, le quali possono vedere la propria reputazione danneggiata a causa della pornografia involontaria.

In tempi di Covid, dove l’allontanamento dagli altri, porta ad un conseguente aumento del sexting e cybersex, non resta che augurarci un favorevole  processo verso la loro normalizzazione. Come si può combattere il revenge porn quindi? Evitando di ritrarsi? Certo questo estirperebbe il problema sul nascere ma ne farebbe fiorire un altro, ossia quello di reprimere ancora una volta la sessualità femminile. Che fare quindi?

  • Parlarne sempre, non solo quando c’è uno scandalo che fa rumore.
  • Rivendicare la propria sessualità senza vergogna, poiché ci rende meravigliosamente umane/i e non scalfisce in nessun modo la nostra moralità.
  • Condannare il reato e non confonderlo con la goliardia.
  • Essere solidali con le vittime.
  • Girare a testa alta poiché fidarsi è un gesto coraggioso, rompere quella fiducia è invece da veri codardi.

Ps: suggerisco di seguire Silvia Semenzin, digital socialist e promotrice della campagna italiana contro il revenge porn.