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Quando il Cinema ripulisce la Storia

Operazioni di restyling e di conseguenza di marketing, come nel caso di “The Queen” o del “Il Divo” riabilitano personaggi controversi, con pieno successo. Non sempre…

By Gianfranco Gatta

La regina Elisabetta II aveva già vissuto un momento delicato vedendo il suo gradimento scendere ai minimi termini; fu durante il disastro di Aberfan, Galles, nel 1966 dove perirono 144 persone, di cui 116 bambini. La Regina raggiunse il luogo del disastro solo dopo otto giorni l’accaduto, suscitando l’indignazione dell’intero popolo Britannico. La scusa fu quella di non voler intralciare i soccorsi.

Dal momento che la Storia ama ripetersi, la misteriosa morte di Lady Diana, il 28 Agosto 1996, le permise di ripetere lo stesso errore. Rimase nella tenuta di Balmoral, a suo dire per proteggere i nipoti, invece di tornare a Londra per onorare assieme al suo popolo la detestata nuora. Solo dopo una decina di giorni e le insistenze del primo ministro Tony Blair, decise di tornare a Londra, chinare il capo davanti al mare di fiori deposto in terra assieme alle centinaia di foto di Lady D., per riconquistare l’applauso dei suoi sudditi.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Aline Martz (@mylifemaline)

A questo servì l’operazione “The Queen” studiata a tavolino, a ridare il senso d’umanità e presentare il lato di nonna amorevole a una Regina che aveva messo in grave difficoltà la corona d’Inghilterra. 

In realtà, con senso pragmatico, Elisabetta si rese conto, attraverso le immagini televisive che mostravano giorno dopo giorno una folla oceanica davanti Buckingham Palace che la Principessa triste, come viene chiamata Diana dal “suo popolo”, stava diventando un simbolo e ben sapeva che la forma è sostanza, specie in una monarchia che di simboli vive e senza simboli muore.

Il successo del film fu straordinario e di conseguenza l’immagine della Regina fu totalmente “ripulita”, grazie e soprattutto a quella straordinaria attrice che l’ha interpretata, Helen Mirren.

 
 
 
 
 
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Altra splendida interpretazione ha dato gran lustro ad un film italiano, quella di Toni Servillo nel “Il Divo”, dove interpreta l’uomo politico più discusso e più temuto per ben sessant’anni, Giulio Andreotti.

A parere di chi scrive, il film ricalca l’operazione studiata a tavolino di cui sopra: ovvero ridare dignità morale e pubblica al politico accusato di aver baciato il più sanguinario capomafia della storia italica, Totò Riina, e di aver complottato per l’uccisione del giornalista Mimmo Pecorelli. Procedimenti giudiziari che hanno visto assolto Andreotti ma che non bastano per riavere una verginità pubblica.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Verità 24 volte al secondo (@giuliettahollis)

A dispetto dei tanti testimoni che giurano di aver trovato il Senatore sconvolto dopo la visione del film, chi scrive ha la ferma e netta convinzione che la sceneggiatura del film sia stata scritta per la maggior parte dallo stesso Andreotti e che il regista, in quanto autore, si sia prestato al gioco delle parti per mantenere il riserbo.

Senza entrare nel merito delle assurdità dette dai vari testimoni, delle quali si conservano le dichiarazioni, ci sono tre indizi che in giurisprudenza fanno una prova, per sostenere questa tesi. 

Uno: La scena del giudice Caselli che si pettina i capelli, spruzza la lacca e che al rallenty ondula la testa come fosse “libera e bella”; vetta di perfidia sublime per dare del narciso e deridere il nemico, degna del miglior umorista che albergava in Andreotti. Altri autori se la sognano una tale sagacia. 

Due: la scena del monologo è pura autoassoluzione personale, quanto meno politica; ho fatto quello che ho fatto perché andava fatto nell’interesse della collettività. Alla fine mi sono sacrificato. Della serie: è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo. Che comunque è una fiera assunzione di responsabilità di ben altro calibro rispetto al misero piagnisteo: “Ho obbedito agli ordini”. 

Il terzo indizio è di tipo pruriginoso, suona come una derisione postuma nei confronti di chi, da sempre l’ha deriso per la sua fisicità. Ridete, ridete ma anche io ho avuto le mie avventure sentimentali con belle donne, disposte a fare anticamera per incontrarmi. Meravigliosa la scena con quello sguardo di desiderio tra la bella infermiera e il Presidente, malato, steso sul letto. Solo il garbo e la riservatezza di Andreotti poteva immaginare una scena simile.

Come si dice in gergo: “E’ una questione di prospettiva!”

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Prima Repubblica 🇮🇹 (@primarepubblica)

Successivamente il regista, Paolo Sorrentino, ha tentato un’operazione analoga con i due film “Loro”, studiati per “riverniciare” l’immagine di Silvio Berlusconi. Un’operazione sbandierata per mesi attraverso tutti i mas media, prima ancora dell’inizio delle riprese, creando così una eccessiva aspettativa. Risultato, il primo film l’ha visto un intero condominio, mentre al secondo si è recato solo il portiere, senza nemmeno la famiglia.

E qui è una questione di numeri. 

 
 
 
 
 
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