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Pronomi di genere nel web: istruzioni per l’uso

Guida semiseria ma sensibile al mondo delle identità, delle sfumature, delle espressioni

By Francesca Parravicini

Vorrei iniziare questo articolo raccontando un simpatico aneddoto che forse non c’entra nulla. Anni fa mi sono trovata ad assistere alla lezione di un’amica inglese, giunta in Italia nella profonda provincia-land, per fare un’esperienza di insegnamento in un altro paese.

Le piccole pesti erano impegnate a realizzare i loro capolavori su carta, quando scoppia il dramma: ci sono solo due temperini, uno rosa, con disegnato un personaggio dei cartoni amato da molte bambine, l’altro, semplice, di metallo liscio. I maschietti guardavano con orrore e disappunto al temperino rosa, reclamando quello argentato, come se questi due oggetti non avessero la stessa, identica funzione.

Ora questa storiella può sembrare insignificante, ma a distanza di tempo è rimasta impressa nella mia coscienza, come un sintomo di quanto le restrizioni di genere siano costrutti a cui siamo sottoposti sin da piccoli e quanto siano stupide e insensate. E quanto stridano con la sensibilità di oggi.

 
 
 
 
 
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Ma partiamo dal principio. È innegabile che le tematiche relative al genere e alle identità siano un argomento attualissimo e una questione di vitale importanza per tante persone. Se nei paesi anglosassoni si inizia a parlarne seriamente già in ambito scolastico, in Italia c’è ancora molta diffidenza a riguardo.

I media mainstream tentano di approcciare l’argomento perché è di moda, per cercare di stare al passo, ma spesso finiscono per fare un’incredibile confusione:  esiste l’incredibile fazione che vede la cosiddetta “teoria gender” come una minaccia (della serie, cose da realtà parallela) che vorrebbe cancellare le differenze tra maschi e femmine o rendere tutti gay, c’è chi fa ancora confusione tra termini e concetti, riducendo tutta la questione a “le idee dei gruppi LGBT+, visti come un insieme di individui bizzarri dalle idee bizzarre e non come persone con sentimenti, idee, pensieri.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza. La differenza principale di cui dobbiamo tenere conto è quella tra sesso e genere: il sesso basa la distinzione tra uomini e donne su specifiche caratteristiche biologiche, come gli organi sessuali (ci sono eccezioni anche in questo caso ovviamente), il genere invece definisce le categorie di maschio e femmina su una serie di costruzioni sociali, culturali che si sono costruite in secoli di storia.

Non si tratta di qualcosa di innato, come certi soggetti credono: le femmine non nascono amando il rosa e i vestiti, i maschi non nascono vestiti di azzurro con la passione per le macchine (basta aprire un libro di storia per ricordarsi di epoche come il ‘700 in cui gli uomini si mettevano scarpe con il tacco e parrucche vaporose, ma va bene).

 
 
 
 
 
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Il genere non è binario, è uno spettro, in cui trovano posto una quantità infinita di sfumature e sfaccettature: è una questione delicata, strettamente personale e riferita alle singole esperienze di ogni persona.

In questo spettro si inseriscono le persone cisgender, che si identificano nel genere corrispondente al proprio sesso biologico, le persone transgender, che si riconoscono nel genere opposto al loro sesso biologico, le persone non binarie, che non si riconoscono nella divisione maschile femminile e si posizionano su varie scale di sfumature, che comprendono concetti come il genderqueer o il genderfluid.

In una società come la nostra, ancora fortemente ancorata alle distinzioni di genere tradizionali, chi vive fuori da questi parametri può provare un senso di isolamento, alienazione, ostilità. Magari qualcuno può far fatica a comprendere certi concetti, ma non deve mancare mai un senso di empatia e rispetto nei confronti di qualcosa di profondamente umano. Basta poco.

E qui entra in gioco il discorso dei pronomi. Qualcosa di semplicissimo, pochi caratteri, ma incredibilmente efficaci.

Si tratta di arricchire la propria bio sui social con i pronomi che indicano la propria identità di genere: she/her, se si ci si riconosce in quella femminile, he/him in quella maschile, they/them se si ci si identifica come transgender o non binari. Ovviamente è anche possibile unire i generi, ad esempio she/they o he/they, a seconda del sentore personale.

Qual è la funzione di utilizzare i pronomi come segno distintivo? Creare un senso di riconoscimento, aumentare l’inclusività e combattere il fenomeno del misgendering, ovvero di attribuzione errata del genere, che può essere fatta in modo consapevole e non: spesso le persone transgender e non binarie si trovano in situazioni di discriminazione e violenza, dove la loro semplice esistenza non viene riconosciuta o negata.

Di nuovo: chi non vive queste esperienze in prima persona può far fatica a capirle. Ma come vi sentireste se la identità, magari conquistata con fatica, magari motivo di orgoglio, venisse calpestata senza alcun motivo? Rispettare una cosa del genere è così semplice.

E dunque i pronomi ci aiutano a capire, a indirizzare il linguaggio, a riflettere su come gli stereotipi sul genere influenzano la nostra comunicazione e il modo in cui “leggiamo” e interagiamo con le persone.

E anche le persone cisgender possono inserire i pronomi delle loro bio, per “normalizzare” questa pratica e dimostrare la propria solidarietà o appartenenza alla comunità LGBT+. Ovviamente non si risolvono tutti i problemi legati alle discriminazioni con un pronome. Ma è un piccolo gesto semplice, che possono fare tutti e che aiuta ad aprire una discussione e a creare un linguaggio nuovo.

E di nuovo, basta veramente poco, per rovesciare le idee su un temperino rosa.

 
 
 
 
 
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