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Monica Vitti, l’anti Diva per eccellenza

Celebrazione di un'icona

By Giulietta Riva

Quello che è stato insopportabile nel giorno del compleanno di Monica Vitti, auguri di cuore è stata la prosa tipica dei “Coccodrilli” da parte dei mas media. Per intenderci: “il Coccodrillo” è quel riassunto della vita di un personaggio famoso, tenuto nel cassetto, pronto all’uso nel momento della sua dipartita; ovvero, nelle redazioni ci si porta avanti col lavoro per non farsi cogliere impreparati. Una carrellata di elogi postumi, tipica della pigrizia mentale dei giornalisti.

Monica merita ben altri festeggiamenti, costruiti con aneddoti e interviste pieni di allegria, conditi con ironia, che poi è la sua cifra e saturi dell’amore che le si deve, per tutto il buon umore che ci ha regalato.

 
 
 
 
 
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Come, ad esempio, il recente aneddoto raccontato da Simona Marchini che colloca l’esordio teatrale di Monica ben prima di Ofelia, in un “Amleto” del 1956, bensì in una “Mandragola”, prodotto dal padre di Simona, Alfio. D’altronde per chi esce dall’Accademia “Silvio D’Amico”, l’esordio non può che essere teatrale.

Alla ribalta dovuta al cinema e alla televisione, per quanto gradevole, preferisce da sempre l’aspetto ludico dei salotti familiari, magari con infinite partite a gin rummy dove è maestra e impudica quando, con aria compiaciuta di essere colta con le dita nel vasetto della marmellata, sentenzia: “Chiudo!”. 

E se quel giardino posto al piano terra di Via Tiberio, ai piedi della collina Fleming, potesse parlare delle interminabili partite a ping pong, su nella terrazza dell’attico, dove copiose palline atterravano sul prato come fiocchi di neve, accompagnate da numerose risate e qualche discussione per un punto non assegnato. Erano gli anni di Michelangelo Antonioni.

 
 
 
 
 
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Va da se che ognuno di noi ha la sua idea di cinema, le sue preferenze, i propri beniamini e fare graduatorie è decisamente fuori luogo; ma provate ad immaginare, così come si costruiscono le interviste impossibili con i miti del passato, se Monica Vitti avesse prestato la sua voce, così unica e affascinante, al doppiaggio di Greta Garbo.

Liberate le sinapsi e sostituite i leziosi birignao della Lattanzi o della Pagnani con la voce graffiante, sensuale e piena di ironia della Vitti; pensate a come avrebbe esaltato la verve della “Divina” per eccellenza, in un film come “Ninotchka”. Non per niente i film della Garbo sono stati ridoppiati varie volte, da voci diverse, non trovando mai quella giusta. 

 
 
 
 
 
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E già che ci siamo, portando le sinopsi all’iperbole, immaginiamo se la Vitti avesse incontrato “Il tocco di Lubitsch” invece di quello di Antonioni. Semplicemente Poesia!

Siamo sicuri, che se mai Monica leggesse queste vacue disertazioni, sarebbe la prima a riderne a crepapelle.