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La Tv dei programmi e dei conduttori

Una riflessione sul rapporto tra un programma e il suo conduttore o conduttrice. Per usare un paragone antico: “Nasce prima l’uovo o la gallina?”

By Gianfranco Gatta

La domanda si adatta a tutti i programmi televisivi, i cosiddetti format, e di conseguenza ai vari conduttori che li conducono: giornalisti, showman, attrici e via dicendo. Ragioniamo su questo, tenendo presente che il classico conduttore di una volta, tipo Corrado, Pippo Baudo, lo stesso Claudio Lippi ecc, sono in via di estinzione perché in televisione si è ormai estinto il ruolo “di spalla”. Gli stessi conduttori degli odierni Reality Show, come Alfonso Signorini, Ilary Blasi e Barbara D’Urso sono diventati coprotagonisti dei programmi da loro presentati. Qui si innesta la variante impazzita o eccezione che “non conferma la regola”, che si chiama Paolo Bonolis. Ma di questo fenomeno ne parleremo in seguito.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Alfonso Signorini (@alfosignorini)

Fin dalla nascita della televisione si è sempre detto che è “Il Programma” a contare e che chi lo conduceva fosse transitorio; che fosse il “Festival di San Remo” o “La Domenica Sportiva”, “Canzonissima” o “Domenica In”, tutti i programmi venivano regolati da questo postulato che per decenni ha equilibrato il rapporto di forza o di “potere” tra dirigenza, produzione, autori, registi e conduttori. I dirigenti dettavano la linea editoriale, gli autori inventavano e scrivevano, i registi mediavano e i conduttori presentavano. La produzione aveva davanti a se due strade: la prima era quella di lavorare per il programma, la seconda era quella di lavorare per se e per la propria carriera; con l’opportuna copertura politica, da produttore esecutivo a dirigente era un attimo! Questo coincideva quasi sempre col “lavorare” contro il programma.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Sanremo Rai (@sanremorai)

Per fare un esempio concreto: nei primi anni duemila c’era una pur brava produttrice che aveva in mano tutto il mattino di Rai Tre, più di ottocento ore di trasmissione all’anno. Non paga del suo personale successo, convinse la direzione a sospendere le trasmissioni in diretta durante le feste natalizie visto il calo, fisiologico, degli ascolti. Conti alla mano, sbandierò una palese riduzione dei costi appuntandosi una medaglietta sul petto. 

Ma come diceva un mio vecchio direttore, quando trattavamo il rinnovo di contratto come regista e come autore: “Caro mio, uno più uno non fa sempre due, le va già bene se fa uno virgola uno!”. Mettete l’erre blesa e la presa in giro diventava raffinatissima.

Fatto sta che quando si tornava in onda dopo l’Epifania, bisognava rimontare cinque, sei punti di distacco da parte della concorrenza, con l’aggravante che un punto di share vale decine di migliaia di euro in termini di fatturato pubblicitario.

Negli anni avvenire nessuna dirigenza in Rai ha corretto questa falla, a dimostrazione della pochezza delle nuove classi dirigenti.  

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Antonio Moccia (@the_mac_live_official)

Così come nel calcio, nel mondo della televisione cominciano ad affermarsi i procuratori degli artisti. Il divario dei compensi tra Mediaset e Rai era troppo largo: a Mediaset gli artisti trattavano direttamente con gli sponsor, in Rai era vietato e un artista era costretto a trattare sulla base del pacchetto completo, il che era eccessivamente penalizzante dal punto di vista economico. Basti ricordare che alla fine degli anni settanta Mike Bongiorno guadagnava in Rai circa sessanta milioni di lire all’anno, Berlusconi lo portò via per seicento all’anno. Alla fine degli anni novanta e primi duemila il gap si era assottigliato, ma la distanza rimaneva completamente fuori mercato.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Mingo De Pasquale (@mingodepasquale)

I procuratori, i più scaltri e quelli con più artisti in portafoglio, cominciarono a fare un gioco al rialzo usando i propri big come traino per gli artisti più “deboli”, facendoli transumare da una azienda all’altra al seguito del big di turno, ad ogni rinnovo di contratto.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da amici della tv (@amicidellatv)

Un po’ come fece il procuratore di Donnarumma, Mimmo Rajola, quando rinnovò il contratto del giocatore alla vigilia dell’esame di maturità, andato poi deserto: impose al Milan il contratto del fratello del giocatore, anche lui portiere, al costo di un milione di euro. Prendere o lasciare!

E qui torniamo a Paolo Bonolis e ai primi anni duemila. Conduceva un programma di grandissimo successo su Rai Uno: “Affari Tuoi”, meglio conosciuto come i pacchi, immagino che lo ricorderete tutti. Sembrava un programma scritto apposta per lui, capace da quel fuori classe che è di tenere un ritmo pazzesco e sapendo creare una suspense incredibile che teneva inchiodati i telespettatori a casa.  

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da ARCHITRASH (@_architrash_)

Succede che al rinnovo del contratto, Bonolis e il suo procuratore ritennero più conveniente ritornare a Mediaset e a quel punto si pensò che il programma, senza il suo demiurgo, sarebbe saltato. Invece durò per tanti altri anni, condotto da altri conduttori che si sono avvicendati con ottimi ascolti, assicurando la continuità da parte degli sponsor.

Questo significa che nonostante l’avidità dei procuratori, a distanza di più di sessant’anni quel famoso postulato, a discapito del protagonismo dei conduttori, ancora regge; come affermava Duchamp: “E’ l’idea quella che conta!” 

Gli unici che insistono a non capirlo sono i dirigenti televisivi.