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La TV dei flop

Grandi budget e ospiti con un acclamato consenso popolare non sono gli unici ingredienti per una trasmissione di successo se la stessa manca poi di originalità e di innovazione, o se non parla lo stesso linguaggio degli spettatori: il caso di Cattelan

By Gianfranco Gatta

Ancora non ci siamo resi conto dei danni che il Late Show, condotto da David Letterman dall’agosto del 1993 al maggio del 2015, abbia fatto alla televisione italiana. Negli ultimi decenni generazioni di “nuovi presentatori” si sono adoperati a copiarne la fattura, confidando nello stesso successo. Daniele Luttazzi, Fabio Volo, Fabio Fazio e buon ultimo Alessandro Cattelan. Luttazzi era di sicuro il più dotato ma si è perso per eccesso di… coprofagia mentre Fazio, il più scarso di tutti è quello che la scommessa l’ha vinta e questo rientra nei misteri della Televisione.

Volo ha sempre considerato la TV un viatico per i suoi film e i suoi libri, non ci ha mai creduto fino in fondo al contrario di Cattelan che usa la TV come Narciso usava lo specchio del lago. Non può farne a meno.

 
 
 
 
 
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Si afferma su Sky1 con il programma “E poi c’è Cattelan” e già il titolo da il polso di uno sconfinato Ego; ha la “sfortuna” di vincere il Premio Flaiano che gli spalanca le porte della critica senza rendersi conto che il vero successo, in TV, lo danno i numeri degli spettatori, non un canale di nicchia dotato di un paio di centinaia di migliaia di teste.

Viene osannato come innovatore di linguaggio per i giovani, grazie a delle banalità rubate all’avanspettacolo degli anni 50, roba che al confronto le supercazzole di “Amici Miei” sono puro Rock and Roll.

 
 
 
 
 
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Così come si può prevedere un insuccesso al contempo non si può assicurare un successo, nonostante budget illimitato, cast stellare e autorevolezza autoriale: è una legge non scritta dello spettacolo. Portare Cattelan su Rai Uno era un disastro facilmente prevedibile. Se la scelta artistica ricade sulla pochezza culturale dell’attuale direzione di Rete che ama ripetere all’infinito la formuletta, tratta dalle lezioni di Umberto Eco: “Adoro coniugare l’alto con il basso” è inspiegabile la scelta economica extra budget fatta dal precedente Amministratore Delegato e relativo Consiglio d’Amministrazione. In deroga hanno concesso il doppio appalto esterno con un esborso di denaro con il quale si sarebbe messo su uno Show con Franck Sinatra, Sammy Davis jr, Dean Martin, Liza Minelli e i Berliner come Orchestra. Metti Pippo Baudo a presentare e fai il 40% di ascolto con 25/28 milioni di spettatori, incollati al televisore. Salvo legge non scritta. Con quel budget fai “girare la testa” a Mina che magari (finalmente) dice: “Si!” Tanto per parafrasare Marcel Marceau ne “L’ultima follia” di Mel Brooks. 

Sia chiaro, eventi del genere mettono davanti al televisore giovani e anziani assieme.

 
 
 
 
 
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Da grande”, il flop di Rai Uno che ha registrato il 12.77% di share, con 2,376.000 spettatori è andato per accumulo, chiamando i volti noti della Rete, che in teoria dovrebbero andare a costo zero o poco più e chiamando dalla concorrenza “un usato sicuro” come Paolo Bonolis. E questo sarebbe il linguaggio innovativo per i giovani? Mah!

 
 
 
 
 
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L’insuccesso pare aver dato alla testa al direttore di Rai Uno che si dichiara pienamente sodisfatto della prestazione del suo pupillo, dando la colpa all’incredibile successo del Volley, presente su Rai Tre. Si dice felice di aver rivisto il balletto in Tv e finalmente un conduttore che sa cantare, dimostrando ancora una vota che gli mancano le basi dello spettacolo: il conduttore, come da etimo, conduce altrimenti chiami uno showman, vedi Fiorello. E Cattelan è tutto tranne che Fiore. Elogia la generosità di Conte e Clerici che sanno fare squadra (quindi a costo zero?) e si dice convinto di aver intrapreso la strada giusta. A lui i numeri non interessano, come si narra ne “La volpe e l’uva”!