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Intervista a Niccolò Chiuppesi, fondatore di BENNU

Le parole di chi, nonostante tutto è riuscito a rialzarsi, come la Fenice, portando con sé importanti messaggi di upcycling, genderless e speranza

By Milena Soci

#BeBennuThinkForward

BENNU è nuovo brand italiano basato sul recupero e sulla personalizzazione artigianale di abiti sartoriali vintage oppure di capi provenienti da stock invenduti.

Il nome BENNU, infatti, che deriva dall’uccello della mitologia egizia da noi conosciuto come fenice, trasmette un messaggio di rinascita e speranza in una seconda vita.

I capi che vengono recuperati e riadattati ai tempi moderni vengono “rianimati” e sottratti al naturale processo di smaltimento, causato dall’incessante produzione di fast fashion a basso costo. Oltre ad essere riciclati, tutti i capi proposti da BENNU sono letteralmente unici, personalizzati artigianalmente e singolarmente.

Noi del team di Acrimònia abbiamo incontrato Niccolò Chiuppesi, fondatore di BENNU, e abbiamo avuto la possibilità di approfondire l’etica alla base del brand e le dinamiche che la coinvolgono. 

 
 
 
 
 
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Come nasce BENNU?

BENNU nasce durante il primo lockdown, dopo uno degli ennesimi “sguardi” lanciati al mio armadio. Dentro avevo moltissimi vestiti che erano anni che non indossavo e che non riuscivo più a vedere là dentro.

Un giorno, insieme a degli scarti di tessuto che mi tenevo dai tempi della mia prima esperienza lavorativa, ho preso un blazer che non indossavo più e ho iniziato a sperimentare. Quello che è venuto fuori è stato un capo contemporaneo e soprattutto un capo da indossare ogni giorno.

Da lì quindi è nata l’idea di iniziare a lavorare su un progetto di upcycling, che porta con sé il mio bagaglio di quasi 5 anni all’interno di aziende del fashion e del lusso e soprattutto la voglia di mettersi in gioco in prima persona per fare qualcosa di utile, nel piccolo, per il nostro pianeta.

Slow Fashion, cosa significa davvero per voi?

Slow Fashion significa prendersi il tempo per osservare e per apprezzare. È un’operazione di recupero di un tempo che troppo spesso tende a sfuggirci di mano e a condizionarci.

Slow Fashion significa dar valore a quello che indossiamo e soprattutto rivalutare aspetti che lentamente stavamo perdendo, come il ciclo di vita di un nostro prodotto e soprattutto il legame affettivo verso ciò che indossiamo. Slow Fashion però è anche lo strumento per combattere tutto ciò che ci ha troppo velocemente portato a cambiare il nostro approccio con i nostri vestiti, e sarà ciò che ci permetterà di abbandonare la cultura usa&getta legata ai vestiti.

 
 
 
 
 
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Quanto è importante per un possibile acquirente (oltre al fatto che i capi siano sostenibili) preservare una certa autenticità, sia dal punto di vista estetico (i pezzi sono limitati) sia dal punto di vista dell’artigianato?

La tendenza ad indossare tutti prodotti più o meno simili è un’eredità scomoda che il fast fashion ci sta lasciando: per anni abbiamo acquistato vestiti negli stessi posti, negli stessi negozi, con la conclusione che più di una volta abbiamo trovato qualcuno che indossasse i nostri stessi capi, facendoci perdere quell’elemento di esclusività.

I capi, come ormai sempre di più sappiamo (e nonostante ancora ci sia tanta strada da fare…), vengono prodotti per la stragrande maggioranza dei casi in condizioni disumane da operai sottopagati, utilizzando materiali difficilmente riciclabili e con un ciclo di vita molto breve.

La riscoperta dell’artigianato è quindi anche una diretta conseguenza del ritorno verso un ritmo più lento: una maggiore attenzione alle lavorazioni, ai luoghi e alle condizioni in cui i capi vengono prodotti (a me, per esempio, fa molto piacere sapere la persona che ha fatto il capo che sto indossando, ci sono storie, sogni, abilità, dentro un capo che spesso sottovalutiamo).

Girando per i mercatini vintage mi sono accorta che il capo più presente (e allo stesso tempo più sottovalutato) è il blazer. Probabilmente perché è veramente molto versatile e soprattutto  evergreen. Quello che vi vorrei chiedere è: come mai avete puntato tutto sul blazer (e gilet)? È una scelta pratica o è anche dettata dall’unicità del capo in sé?

Il blazer è stato subito un elemento di distinzione per il brand, un elemento che una volta reinterpretato riusciva a contenere tutti i valori e gli impegni che BENNU porta avanti e su cui si svilupperà.

Da un punto di vista stilistico, abiti e capi sartoriali hanno una loro particolarità insita: sono stati già disegnati su misura, e presentano quindi già di per sé un elemento di esclusività: il capo è già un pezzo unico, che contiene le storie e le forme di chi lo ha commissionato (visto che alcuni sono capi mai indossati) o indossato in precedenza.

Da un punto di vista più concettuale poi, la reinterpretazione del blazer riesce a rompere quelle categorizzazioni e quei filtri pre-impostati che con BENNU vogliamo eliminare: un capo che nasce come capo maschile viene in realtà liberato dall’etichetta di genere e diventa un capo che chiunque può indossare, senza dover ricorrere a specifiche categorizzazioni.

 
 
 
 
 
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Con questa domanda mi ricollego al concetto di genderless, che è un altro messaggio importante che voi di Bennu state portando avanti accanto a quello della sostenibilità ambientale. Secondo voi, perché nel 2021 sentiamo la necessità di dover sottolineare la neutralità di genere nell’abbigliamento? In che modo si impegna Bennu a portare avanti questo messaggio?

Come mi piace spesso ricordare, la moda è una forma d’arte e ogni brand ha quindi il dovere di utilizzare i prodotti come messaggi per la società di oggi, una società inserita all’interno di un contesto rivoluzionario per quanto riguarda identità di genere e libertà di espressione.

In merito a ciò, trovo molto attuale un passaggio del filosofo Foucault, in cui il genere viene indicato come una variabile fluida che cambia e si modifica in contesti ed epoche diverse.

Con BENNU vogliamo essere protagonisti di questo universo non-binario, un universo consapevole in cui chiunque indossa un blazer, un gilet, uno shorts di BENNU si sente parte integrante del processo di cambiamento che sta attraversando la nostra società.

È bellissimo pensare che nonostante le mille difficoltà dettate dal periodo di pandemia ci sia ancora qualcuno pronto a ripartire, è stato particolarmente difficile creare un brand in questo periodo oppure credete che il tema della sostenibilità ora sia così sentito da aver attutito il colpo?

La difficoltà per i piccoli brand (piccolissimi, in realtà) come BENNU sta nell’entrare all’interno di un sistema che solo negli ultimi anni, con passi più o meno grandi, ha iniziato a vedere la sostenibilità e la responsabilità ambientale come perno del proprio percorso.

Purtroppo troppo spesso assistiamo a fenomeni di greenwashing che ostacolano e minano la credibilità di tutto il settore, con promesse o dichiarazioni ingannevoli per un pubblico, specialmente quello italiano, che ha da troppo poco iniziato a vivere la sostenibilità come elemento fondamentale nella scelta e nell’acquisto di un capo.

A quanto pare però, e per fortuna, andiamo in contro a generazioni sempre più consapevoli, sempre più attente a queste tematiche e questo sicuramente ci ha aiutato e aiuterò a ridurre il gap verso altre realtà.

 
 
 
 
 
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Io, in quanto sostenitrice della semplicità come potente mezzo di comunicazione, trovo il vostro progetto comunicativo molto efficace. Cosa c'è realmente dietro?

Tanto stress (scherzo, …). Dietro ogni progetto di comunicazione c’è una ricerca degli obiettivi che vogliamo raggiungere e lo studio di quelle che sono le reali esigenze del brand.

E’ molto difficile perdersi dentro messaggi troppo complessi che difficilmente poi riescono ad arrivare al pubblico, un pubblico come già detto prima molto attento, ma soprattutto un pubblico costantemente bombardato quotidianamente da migliaia di contenuti editoriali.

Nella semplicità spesso si cela il particolare, quel qualcosa che ti rimane impresso. Cerchiamo quindi di portare avanti questo tipo di comunicazione, questo modo di interfacciarci con il nostro pubblico e con il pubblico esterno, cercando di capire ciò che il pubblico vuole per poi tradurlo nella nostra immagine e nei nostri valori.