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Intervista a Lara Lugli: l’esperienza della pallavolista che ha visto l’ex società voltarle le spalle

L’ennesimo caso di sessismo nel mondo sportivo

By Fabiola Graziosi

Vi avevamo raccontato qualche giorno fa del caso Lara Lugli, la pallavolista licenziata dalla società per la quale giocava. Motivo? L’essere rimasta incinta.

Sentiamo spesso storie, non solo in ambito sportivo, di donne che riscontrano problematiche nel mondo del lavoro per il solo fatto di appartenere al genere femminile.

Non abbiamo voluto limitarci a raccontare la vicenda e abbiamo scelto di incontrare Lara Lugli per farle qualche domanda, così da capire come stanno le cose.

Ciao Lara, raccontaci brevemente cosa è successo. A che punto dell’iter legale ci troviamo oggi?

Ciao! Dunque, è molto semplice. Io ero una giocatrice professionista di pallavolo e ormai due anni fa avevo firmato un contratto, tramite il mio procuratore, con la società Pordenone Volley.

Il 10 marzo dello stesso anno ho comunicato ufficialmente la mia gravidanza. Avendo lavorato fino al giorno prima rispetto alla mia comunicazione ho richiesto il compenso che mi spettava per il mese di febbraio. Sin da subito la società si è opposta alla mia richiesta così ho proceduto per vie legali.

In questi casi l’iter burocratico non è brevissimo e considerando anche il Covid, ho avuto una risposta da parte della società solamente lo scorso 26 febbraio 2021. La lettera della Pordenone Volley elencava una serie di motivi per i quali non consideravano opportuno riconoscermi la mensilità richiesta.

Motivi assolutamente non validi in quanto non ho arrecato nessun genere di danno alla società né in termini economici né in termini di prestazioni della squadra ed essendomi comportata nella maniera più corretta possibile, comunicando il mio stato nei giusti tempi.

Ho deciso però di non tacere e ho raccontato tutto sui miei canali social. Tutto quello che è accaduto dopo è ben noto.

 
 
 
 
 
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La tematica gravidanza viene approcciata da parte delle società durante il percorso? Se sì, come?

La tematica della gravidanza viene totalmente ignorata.

Quando un’atleta rimane incinta il contratto che ha con la società decade. Ad oggi non esiste alcuna clausola che tuteli questo genere di situazioni, come invece accade in caso di infortunio.

Il proseguimento del rapporto o meno, dopo il parto, è una questione che viene gestita a titolo di accordi personali tra atleta e società. Legalmente parlando siamo abbandonate.

 
 
 
 
 
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È risaputo che per le donne è difficile conciliare una carriera sportiva con la maternità. Da esterni sentiamo tantissimi buoni propositi da parte di esponenti del mondo dello sport, politici... poi però si verificano ancora casi come il tuo. Qual è l’aria che si respira in campo?

Fino al momento in cui non mi sono trovata ad affrontare la situazione non ci avevo mai riflettuto. Di certo quando ho scelto di non tacere non mi aspettavo un eco così importante.

Ho capito di aver scoperchiato un vaso di Pandora sempre stato chiuso. In questo periodo ho ricevuto tantissimi messaggi da altre atlete che hanno subito lo stesso genere di trattamento, ringraziandomi per aver avuto la forza di denunciare tutto e di renderlo pubblico.

 
 
 
 
 
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Hai mai avuto paura di non poter continuare a giocare denunciando l’accaduto? Qual è stata la leva che ti ha spinto a farlo, contrariamente a tante altre atlete?

Non ho mai avuto paura. La mia leva è stata la rabbia, dopo un periodo iniziale di tristezza ho capito che tutto quello che mi era capitato è inaccettabile e che non doveva mai più accadere.

Hanno messo nero su bianco delle motivazioni inesistenti per le quali io avessi recato danno alla società con la mia gravidanza. Non ho potuto voltare la faccia.

In molti mi hanno detto che probabilmente ho avuto questo coraggio perché da giocatrice matura ho la consapevolezza di quanto io possa valere. In realtà no, è una questione caratteriale, se mi fosse capitato vent’anni fa avrei avuto lo stesso identico ardore nel gestire la situazione.

 
 
 
 
 
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Prima la rottura con la società e la tua scelta di sospendere la tua carriera sportiva, poi l’aborto. Cosa hai tratto da queste esperienze negative? Come pensi di poterle mettere a frutto per aiutare qualcuno che potrebbe trovarsi nella tua stessa situazione?

Proprio per via della rottura con la società e per l’aborto, ho avuto sicuramente un periodo di recupero sia dal punto di vista fisico che mentale.

Dopodiché ho avuto voglia di ricominciare a giocare. Attualmente gioco con una squadra vicino Modena di categoria inferiore alla precedente, impiegando la passione che mi ha sempre accompagnato, e lavoro per una società di assicurazioni.

Per quello che riguarda la mia visione dell’accaduto è duplice, a volte è negativa e penso che sia stata davvero una sfortuna che sia capitato a me. Delle altre volte invece ho una visione più fatalista e penso che se sia capitato a me è proprio perché sono una persona dalla forza tale di poter reagire. Cerco di mantenere questa visione!

Io credo che dopo il clamore di questa vicenda sarà difficile che possa ri verificarsi una situazione simile perché le società hanno paura di finire in un tale ciclone. Spero che tutto questo sia stato utile per raggiungere un cambiamento delle dinamiche.

Mi hanno contattata nel corso del tempo davvero tanti enti e sto cercando di capire qual è quello più giusto per approfondire la materia e continuare a lavorare per far sì che le atlete donne ottengano i diritti che meritano, a partire dalle formulazioni contrattuali.

 
 
 
 
 
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La squadra maschile ha dimostrato solidarietà nei confronti della tua situazione entrando in campo con dei palloni sotto le maglie. Sicuramente un bel gesto, che però rischia di rimanere semplicemente mediatico, nonostante l’intento. Cosa deve concretamente cambiare per le donne che desiderano una carriera nel mondo dello sport?

Sono stata tanto supportata sia da tutti quelli che mi hanno scritto (tra cui anche l’AIP e l’ASSIST) che dalla squadra maschile. Il mio obiettivo è proprio che tutto questo non rimanga puro clamore mediatico.

A mia opinione sono gli atleti stessi a dover prendere in mano la situazione, specialmente quelli più importanti e con un seguito importante, il loro intervento potrebbe fare davvero la differenza.

Se lasciamo alle società ogni genere di decisione, non andremo da nessuna parte.

 
 
 
 
 
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Da chi puoi dire di sentirti rappresentata al momento?

Antonia Belluti! Ex campionessa olimpica e attualmente candidata alla presidenza del Coni. Credo che un’esponente femminile ai piani alti possa essere un primo passo per il cambiamento. In lei vedo il futuro ed un’idea di sport migliore.