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Il Tie Dye: la tendenza democratica dell’estate

L’hobby perfetto a casa, il trend perfetto in passerella

By Giorgia Festi

Il Tie Dye è una tecnica di tintura del tessuto che sta spopolando nel mondo della moda e non. Ciò che la rende speciale è la sua semplicità che le permette di raggiungere ogni target senza limite di budget ed utilizzo. Infatti, proprio l’appena trascorso periodo di lockdown, è diventato uno dei passatempi preferiti (e tra i più instagrammabili).

Molti associano l’origine del Tie Dye ai movimenti culturali dell’America anni ’60 ma in realtà ha radici molto più antiche che risalgono al primo secolo d.C. quando, prima gli Indiani e poi gli asiatici, usavano tingere i tessuti con coloranti naturali. Con precisione furono gli Indiani ad introdurre la tecnica che oggi conosciamo: seguendo l’antico metodo Bandhani, legavano il tessuto con piccoli pezzi di spago e successivamente lo immergevano nel colore; una volta asciugato la texture ottenuta era colorata, irregolare e diversa da ogni altra ottenuta in precedenza.

Nell’VIII secolo d.C. in Giappone ed Indonesia si sviluppò un’altra forma di Tie Dye chiamata Shibori che prevedeva la realizzazione sul capo di piccole cuciture ad alta resistenza che, dopo l’immersione nel colore e l’asciugatura, venivano slegate formando disegni minuti a scopo decorativo. Un’altra tecnica Tie Dye rilevante fu la Tsujigahana, sviluppatasi in Cina dal 1500 al 1600: il tessuto veniva prima decorato con l’inchiostro e successivamente immerso nella tintura, così da ottenere giochi di luce ed ombre. Questa tecnica fu talmente apprezzata che ancora oggi nei musei è possibile trovare alcuni pezzi originali di quel periodo.

Il Tie Dye si diffuse in America durante la Grande Depressione degli anni ’30. In quel periodo per scacciare i brutti pensieri le donne amavano decorare la casa o ridare vita ai tessuti e all’abbigliamento attraverso la tecnica Tie Dye che con una spesa minima, a volte nulla, permetteva loro di passare il tempo ottenendo ottimi risultati. Il boom del Tie Dye arrivò negli anni ’60/70 quando il movimento Hippie ne fece il proprio stile di riferimento.

Dalle strade ai grandi eventi di musica come quello di Woodstock, i giovani usavano t-shirt, felpe, sciarpe, striscioni e coperte Tie Dye creando i look più iconici dell’epoca. Negli anni ’80 anche le Maison di moda più celebri cominciarono ad incorporare questa tecnica all’interno delle collezioni; i nuovi coloranti e l’avanzamento della tecnologie tessili, permise loro di creare dei capi con lavorazioni più raffinate e perdita minima di colore.

Dalle culture antiche ai movimenti anni ’60, il Tie Dye ha fatto molta strada ma ancora oggi fa parte delle tendenza più influenti. Per la SS20 sono state molte le Maison a utilizzare questa tecnica per i loro capi. In un'ambientazione che traspira rispetto per la natura e sostenibilità, la Maison Dior propone capi Tie Dye: jumpsuit e gonne a ruota sono colorati sulle tonalità del grigio blu a creare un effetto denim slavato. Donatella Versace mischia questa tecnica ad una giungla tropicale: tra foglie di palme e silhouette sensuali, il Tie Dye in chiave elegante appare su collant, felpe ed abiti. MSGM fa di questa tendenza il motivo cardine della sua collezione: camicie e pantaloni oversize si tingono di tonalità forti mischiate tra loro, così come i mini dress che attraverso il Tie Dye si ricoprono di fiori irregolari e moderni. Infine Alberta Ferretti che fa del denim il tessuto principale della sua sfilata ma lo rivede in chiave Tie Dye, una scelta apprezzata da molte celebrities, come Dua Lipa e Chiara Ferragni, che hanno subito inserito un suo pezzo nel loro guardaroba.