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Il make-up come strumento di emancipazione: dalle suffragette ad oggi

Il potere del make-up come libertà di espressione

By Elisa Grasso

Nei primi anni del Novecento le suffragette marciavano per l’emancipazione femminile chiedendo il diritto di voto agli Stati Uniti d’America.

In nome di questa lotta la già celebre imprenditrice Elizabeth Arden, suffragetta anch’essa, decise di regalare ad ognuna di quelle donne un rossetto rosso fuoco direttamente dal suo negozio, sfilando insieme a loro sulla Fifth Avenue contro la discriminazione di genere.

Il 18 Agosto 1920, quando finalmente negli Stati Uniti fu approvato il XIX Emendamento garantendo il diritto di voto alle donne, quel rossetto rosso indossato dalle suffragette e chiamato “Everyday Lipstick” diventò un vero e proprio simbolo del potere che finalmente era stato concesso anche al sesso femminile.

Ma Elizabeth Arden non si fermò lì: con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale creò diverse tonalità del suo iconico rossetto rosso - ad esempio "Victory Red" e "Montezuma Red" - ognuna delle quali si abbinava perfettamente alle divise militari. Le donne potevano sentirsi libere di essere forti e coraggiose senza rinunciare alla loro femminilità.

Nei meravigliosi e controversi anni ’70 e ’80 un altro luogo era palcoscenico sfrenato del make-up e dei look più stravaganti: lo Studio 54.

Trasgressione, libertà ed edonismo allo stato puro scorrevano sul dancefloor del folle locale newyorkese frequentato da icone come Cher, Blondie, Andy Warhol, Liza Minelli, Diana Ross, Keith Richards, Mick e Bianca Jagger.

Nel frattempo, partendo già dalla fine degli anni ’60, fra le strade del quartiere Harlem a Manhattan si sviluppava un altro movimento di emancipazione all’interno della comunità LGBT+ ispanica e nera: il Voguing.

Ispirato alle pose delle top model fotografate su Vogue, il voguing consisteva in una competizione di ballo fra le categorie delle diverse “Houses”, delle case gestite da una “Mother” o un “Father” in cui si rifugiavano coloro che fuggivano da una famiglia e da una società da cui si sentivano emarginati. Queste sfide avevano luogo in maniera clandestina nelle Ballroom, delle sale nascoste in cui ballare, sfilare e farsi vedere nella più libera espressione di sé.

Oggi il Voguing è diventato una vera disciplina nel mondo della danza, e le Ballroom sono ancora un fenomeno di aggregazione dove poter godere di esibizioni, outfit e make-up incredibili.

Questa joie de vivre si sta espandendo sempre di più anche al di fuori delle Ballroom: il make-up non è più considerato una prerogativa delle donne ma di chiunque voglia farne uso per dare sfogo alla propria personalità.

Un esempio recente è senza dubbio quello di Achille Lauro durante la sua ultima partecipazione a Sanremo.

 
 
 
 
 
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Ho sempre contaminato un genere con l’altro cercando di inventare musica non catalogabile ed impossibile da etichettare. Un anno fa ho iniziato ad immaginare la mia musica in modo diverso: volevo creare una performance artistica che suscitasse emozioni forti, intense e contrastanti, qualcosa che in pochi minuti fosse in una continua evoluzione visiva ed emotiva. Un piece teatrale lunga 4 minuti. “Me ne frego” è un inno alla libertà sul palco piu istituzionale d’Italia. La mia speranza è che potesse scuotere gli animi degli insicuri e le certezze di chi é fermo sulle sue certezze, perchè è sempre fuori dalla “zona comfort” il posto in cui accadono i miracoli. Me ne frego é un inno alla liberta di essere cio che ci si sente di essere. Me ne frego, vado avanti, vivo, faccio: questo è il messaggio che ho voluto dare con la canzone, è questo e il senso vero della scelta dei personaggi che io, il mio coodirettore creativo Nicoló Cerioni e il mio manager&Responsabile progetto Angelo Calculli abbiamo pensato di portare sul palco dell’Ariston. Menefreghisti positivi, uomini e donne liberi da qualsiasi logica di potere personale. Un Santo che se ne è fregato della ricchezza e ha scelto la “libera” povertà, un cantante che se n’è fregato dei generi e delle classificazioni sessiste, una Marchesa che a dispetto del suo benessere ha scelto di vivere lei stessa come un’opera d’arte, diventando una mecenate fino a morire in povertà e una regina che ha scelto la morte, evitando di curarsi abdicando, pur di restare li a proteggere e vivere per il suo popolo. La condizione essenziale per essere umani è essere liberi.

Un post condiviso da ACHILLE LAURO® (@achilleidol) in data:

Con i suoi look dedicati a San Francesco d’Assisi, Ziggy Stardust, alla Marchesa Luisa Casati e ad Elisabetta I Tudor, Achille Lauro ha fatto della sua arte un inno alla libertà e alla contaminazione.

“Oltre il maschile e il femminile, oltre gli schemi omologanti di una sessualità politicamente corretta. Oltre la divisione binaria”.