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I rave, il decreto del governo e la risposta del marziano

S’infiamma il dibattito sul decreto anti-rave del governo Meloni. Era davvero necessario? Serviva una risposta così forte? Perché i giovani fanno paura? Cosa sono, come nascono, cosa nascondono i rave party: cerchiamo di capirlo osservandoli dall’oblò di una navicella spaziale.

By Gierreuno

Si è aperto in Italia un dibattito molto acceso attorno al fenomeno dei rave party. Lo spunto lo ha dato il primo decreto legge varato dal governo Meloni che ha introdotto il reato di “invasione di terreni ed edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico” commesso “da un numero di persone superiore a cinquanta” e punito “con la pena della reclusione da tre a sei anni e con la multa da mille a diecimila euro”. Una risposta immediata dell’esecutivo appena insediato a un fatto di cronaca la cui eco stava iniziando a rimbalzare sui media: un maxi raduno convocato in provincia di Modena che ha visto coinvolti migliaia di ragazzi provenienti da tutta Europa. 

Evento che ha fatto scattare l’allarme per i pericoli che stava creando (si stava svolgendo in un capannone abbandonato le cui strutture vengono ritenute pericolanti), problema che le forze di polizia hanno brillantemente risolto sciogliendo la riunione senza alcun incidente e convincendo i giovani ad abbandonare i locali occupati dopo averli addirittura ripuliti. Un vero e proprio capolavoro di gestione dell’ordine pubblico in applicazione delle leggi esistenti. 

 
 
 
 
 
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In estrema sintesi: si è tenuto un rave alle porte di Modena, è scattato l’allarme, le forze dell’ordine sono intervenute, il nodo è stato sciolto in modo magistrale applicando le norme in vigore e dunque tutto è andato nel modo migliore. A questo punto era davvero necessario un decreto che introducesse un reato di associazione di persone inasprendo le pene in modo così severo al punto da creare imbarazzo anche all’interno dello stesso governo? O la necessità primaria era affermare il cambio di rotta avvenuto con la vittoria della destra? «Vado fiera del decreto anti rave» ha dichiarato Meloni. «Indietro non si torna» ha tuonato Salvini, che in teoria dovrebbe occuparsi di infrastrutture, ma non riesce a fare a meno di mettere parola in ogni dove: «l’illegalità non sarà più tollerata». 

Il problema, ahimè, è proprio la legalità del provvedimento, questione che sta inasprendo la discussione anche all’interno della maggioranza. Recita la Costituzione all’articolo 77: «Il Governo  non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria. Quando, in casi straordinari di necessità e d'urgenza, il Governo adotta, sotto  la  sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza  di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle  Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni». 

 
 
 
 
 
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Visto come sono andate le cose viene naturale chiedersi: c’erano davvero le condizioni di necessità e di urgenza per varare un provvedimento a fronte di un fatto gestito in modo impeccabile applicando, come abbiamo visto, le leggi in vigore? Un marziano che, inviato sulla terra, si fosse trovato a osservare dall’oblò della sua navicella il caso del rave modenese, dopo aver letto le regole del gioco avrebbe senz’altro risposto di no. Eppure il decreto è stato emanato. 

Ma la necessità e l’urgenza del decreto non sono gli unici scogli su cui il provvedimento sta andando a sbattere. Anzi, viste le reazioni dei sindacati e di quel che resta dell’opposizione, non sembrano nemmeno i più insidiosi. Per come è stata formulata, la misura riguarda ogni forma di raggruppamento che veda partecipare un numero di persone superiore alle 50. In teoria qualsiasi tipo di manifestazione, sulle piazze, in fabbrica, a scuola, potrebbe essere ritenuto un raduno sedizioso e dunque vedere applicato il provvedimento. Ci troviamo dunque di fronte a un azzardo legislativo che, come si diceva, ha scatenato una forte reazione e costretto il governo a una parziale marcia indietro che ha visto lo stesso ministro degli interni Piantedosi dichiarare che in fase di trasformazione in legge il decreto verrà modificato.

 
 
 
 
 
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A dispetto delle rassicurazioni di maniera  - “Non negheremo mai a nessuno il diritto di manifestare per le proprie idee”, ha affermato a più riprese il premier Meloni - cresce il timore che si voglia andare avanti sulla strada che vede nel mirino la popolazione giovanile, soprattutto la parte che manifesta disagio e insofferenza.

Ma cosa sono i rave, dove nascono e perché? Il fenomeno rave viene fatto risalire agli Anni Ottanta, prende forma negli Stati Uniti e viene importato in Europa. Lo scopo è quello di opporsi alla cultura conservatrice e il modello che impone è quello che indica nell’appropriazione temporanea degli spazi il modo attraverso il quale manifestare il dissenso. I rave durano mediamente due tre giorni durante i quali viene ininterrottamente riprodotta musica techno, un genere che non trova spazio nelle discoteche e nelle radio convenzionali. Si balla, non si dorme e si consumano sostanze stupefacenti in quantità, soprattutto droghe sintetiche ed eccitanti. Non si tratta dunque di manifestazioni da additare ad esempio, ci mancherebbe. Resta il fatto che i rave si radicano nel tempo e con l’avvento delle tecnologie prendono corpo con maggiore forza: prima si organizzavano con il passaparola e i volantini, oggi sono le chat a fornire in tempo reale indicazioni e modalità dei raduni che, come nel caso di Modena, chiamano a raccolta migliaia di ragazzi. E l’immediatezza della comunicazione che l’evoluzione digitale garantisce, non aiuta a prevenire.

 
 
 
 
 
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Come gestire un fenomeno del genere? I tedeschi sembra che abbiano trovato la chiave, il cui calco appare decisamente diverso da quello adottato dal governo italiano. Lo ha spiegato al Corriere della Sera, Pierfrancesco Pacoda, docente del Dams di Bologna: «In Germania - ha affermato il professore -, di rave illegali, ce ne sono assai di meno, perché le amministrazioni danno spazi a chi organizza questo genere di eventi, in quanto sono considerati cultura e non solo una questione di ordine pubblico. E infatti hanno generato un enorme indotto». 

Indotto significa lavoro, soldi, benessere. Siamo dunque sicuri che la strada della repressione sia la più giusta? Sarebbe interessante conoscere la risposta che il marziano, prima di chiudere l’oblò, ordinare l’accensione dei motori e allontanarsi a bordo della navicella spaziale, riterrebbe giusto fornire. Chi giura di averlo visto prima della partenza assicura che se ne sia andato scuotendo la testa.