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Fenomenologia della mascherina

Un oggetto che è divenuto parte della nostra quotidianità, malgrado tutto: lati positivi (?) e non

By Francesca Parravicini

Ebbene è ormai ufficiale e ufficioso: da lunedì 28 giugno siamo liberi di circolare all’aperto senza mascherina. Con il passaggio in bianco dell’ultima regione rimasta in zona gialla, la Valle D’Aosta, tutta l’Italia vede l’abbassarsi del rischio di Coronavirus e l’inizio di una nuova estate, in tutti i sensi.

Ovviamente non bisogna abbassare la guardia e sarà necessario indossare la mascherina in presenza di assembramenti o dove il distanziamento sociale non è garantito.

La situazione sembra più rosea, grazie all’incremento del piano vaccinale con la macchia di tante incognite, come la variante Delta, la paura di una nuova ondata quest’autunno e il senso di incertezza generale a cui ci ha abituati questa pandemia.

Eppure torna prepotente la voglia di normalità, di tornare a vivere. Simbolo della “nuova normalità” della vita post-pandemica è proprio la mascherina, oggetto amato, odiato, sempre necessario. Un piccolo oggetto che possiamo studiare da molteplici punti di vista.

 
 
 
 
 
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Non so cosa ne pensate voi, ma in tempi “migliori”, quando la parola pandemia pareva un concetto da film catastrofico in onda su oscuri canali in seconda serata, la mascherina mi pareva un oggetto decisamente esotico, associato a grandi città lontane in cui purtroppo i livelli di inquinamento sono estremamente alti o indossata da persone ipocondriache a livelli decisamente esagerati (e lo dico da ipocondriaca).

Poi scoppiano i primi casi di Covid-19, lo scenario da film entra nelle nostre vite con tutto il suo carico di irrealtà. Con la conferma che il principale canale di trasmissione del virus passa attraverso le vie respiratorie, entrano in scena anche la mascherina: l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità la indica come DPI, dispositivo di protezione individuale, con evidenza scientifica sulla loro efficacia.

Entriamo in quel periodo surreale in cui, come durante le guerre del passato, certe merci diventano estremamente ricercate e il loro prezzo sale vertiginosamente: le farmacie prese d’assalto, le famigerate FFP2 vendute a cifre imbarazzanti, il tutto esaurito ovunque.

Oggetti banali per tempi straordinari. E ora che anche questi tempi straordinari sono diventati più “banali” la mascherina è ormai diventata un oggetto comune, quasi un accessorio. Le troviamo ormai ovunque, dai supermercati (che ormai hanno quasi dei mini-reparti Covid-19, con mascherine, gel e igienizzanti in tutte le forme e per tutte le superfici) al tabaccaio e al fiorista sotto casa, di certo non possiamo avere paura di rimanerne a corto. Rientra tutto nella nuova normalità.

 
 
 
 
 
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Se inizialmente ci limitavamo alla semplice mascherina chirurgica o all’ambitissima FFP2, è poi subentrato un desiderio legato alla moda.

Un’esplosione di mascherine di tutte le forme e i colori hanno invaso le strade, pareva quasi una gara o una sfilata a cielo aperto: c’è chi si è accontentato di colori nuovi e fantasie, chi si lanciato su cose più improbabili, da pailettes fluorescenti a finti loghi, a vari toni di fluo più o meno accecanti.

Accessorio che nella vita di tutti i giorni trovava poco spazio, era già ampiamente usato dal fashion system e dal mondo della musica, come statement piece: in questo caso utile e dilettevole si sono uniti.

Ed è stato decisamente buffo e divertente assistere ai primi red carpet ed eventi dal vivo e osservare le celebrità indossare mascherine decisamente creative, spesso intonate ai loro outfit assolutamente poco ordinari. Può sembrare decisamente frivolo pensare all’estetica di un oggetto che dovrebbe proteggere la nostra salute in primis e forse un po’ lo è.

Ma rientra in quella tendenza tipicamente umana a cercare il bello anche nelle situazioni più drammatiche, mettere un tocco di colore sopra ciò che è grigio, ciò che spezzato ci aiuta a vivere.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Just Jared (@justjared)

Come in ogni situazione storica “traumatica”, c’è chi nonostante tutto nega ogni evidenza, come la meravigliosa tribù dei negazionisti, quelli che le mascherine provocano avvelenamento da anidride carbonica e che ancora si ostinano a scrivere post deliranti su Facebook, c’è chi dall’altro lato, quasi si è attaccato alla mascherina.

Una delle immagini più vivide delle mie prime uscite post-lockdown è lo sguardo delle persone al di sopra della mascherina. Uno sguardo colmo di una serie indescrivibile di sentimenti, accomunate da uno smarrimento, da un guardarsi negli occhi per ritrovare qualcosa di comprensibile, una sorta di contatto. Sono cambiati i rapporti.

Sarà la paura del contagio, la paura di un mondo ostile, ma la mascherina è diventata per tante persone uno scudo, una sorta di protezione, uno schermo per filtrare le relazioni e anche per coprire tante insicurezze, che esistevano già, ma che si sono acuite.

Uno stato di crisi che ci allontana scava in ferite collettive ma anche personali. Nessuno pretende che le risaniamo subito, si tratta di qualcosa di difficile, di complesso. Probabilmente continueremo a vivere ancora un po’ in modalità “mascherina on”.

Ci sembra strano, ci sembra ormai normale, ma non possiamo fare altro che cercare un fragile equilibrio in questo caos mutevole  e provare piano piano a costruire nuove dimensioni, a creare un contatto, nonostante le barriere.