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Due parole sul rapporto fra Quarantena e Self-Confidence

È giusto correre, ma è giusto anche fermarsi. E la colpa non è di nessuno.

By Elisa Grasso

In questi giorni della nuova fantomatica Fase 3 - che già mi sta facendo innervosire come una iena vista la quantità di persone che hanno ripreso ad uscire come se nulla fosse - mi sono ritrovata a pensare a come io abbia vissuto questa reclusione forzata in un momento in cui stavo lavorando molto sulla ricerca di un equilibrio con me stessa.

Questione di “self-confidence” insomma, che dirlo così fa più figo.

Devo ammettere di aver sottovalutato il problema all’inizio, ma chi pensava sarebbe durato così tanto?

Poi ho cercato di capire come poter sfruttare il tempo che avevo a disposizione per fare qualcosa di produttivo, dal momento che sui social non facevo che vedere gente allenarsi, dipingere, cucire, studiare, laurearsi, fare il cambio dell’armadio, mangiare sano, mettere la casa sottosopra, comprare piante, prendere un gatto (lo volevo anche io), fare dolci, impastare il pane, postare foto del lievito, lamentarsi della mancanza del lievito, gioire e lamentarsi dei peli, fare yoga, sistemarsi la ricrescita dei capelli, ecc.

 
 
 
 
 
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Un po’ moda un po’ covid19

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I miei “buoni propositi” non erano molti: imparare una nuova lingua, provare a fare yoga, rimettere in ordine l’armadio e imparare a scrivere con la mano destra.

Ovviamente di tutte queste cose sono riuscita a portare avanti solo lo yoga, che mi aveva incuriosita già da prima che scoppiasse questo macello. Dovevo comunque studiare non avendo ancora terminato l’università e trovare un modo per incastrare gli altri impegni.

Nonostante mi sentissi apparentemente abbastanza serena ci sono stati dei giorni in cui sono riuscita a fare di più, altri in cui ho fatto di meno se non proprio niente, ma sempre con un’unica costante: il senso di colpa.

Vedevo le persone allenarsi tutti i giorni e mi sentivo in colpa se io lo facevo tre o quattro volte a settimana; le vedevo laurearsi mentre io mi sentivo in colpa per non avercela ancora fatta; le vedevo mangiare sano per paura che il loro corpo potesse risentirne, ed io mi sentivo in colpa per aver preso quel biscotto in più; le vedevo soffrire per la reclusione mentre a me sembrava quasi di sentirmi al sicuro fra le mura di casa, se non fosse che percepivo terribilmente la mancanza delle persone a cui tengo di più.

 
 
 
 
 
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3 anni che ci vogliamo bene 🌱

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Ma perché mi sentivo così in colpa? E per cosa poi?

Cos’è che dovevo dimostrare? E a chi?

Così mi sono messa a ragionare e a riflettere su tutto il lavoro che sto facendo su me stessa da ormai più di un anno, e che non volevo di certo mandare all’aria per delle paranoie del c***o. Perché farsi le paranoie è giusto - io sono una grandissima fan delle paranoie - ma bisogna fare attenzione a dargli il certo spazio e a non fare in modo che possano ingoiarci l’anima.

Abbiamo la costante necessità di sentirci dire che facciamo bene, che stiamo bene, che pensiamo bene. Ci paragoniamo agli altri per capire se andiamo bene. Ma bene secondo chi?

Ci impegniamo così tanto a voler essere autentici per poi finire sempre nella stessa trappola. Da soli. Come se fosse una gara dove alla fine non si vince nulla. E non vince nessuno.

 
 
 
 
 
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@thankyou_ok

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Non sono le regole degli altri a fare le nostre, non sono le preoccupazioni degli altri a diventare le nostre, non sono i tempi e gli “standard” degli altri a diventare i nostri. Questi maledettissimi standard.

Con questa quarantena ho capito nuovamente che io sono quello che sono, e che non esiste un modo giusto o sbagliato di affrontare qualsiasi cosa possa accadere. E che se ho voglia di fare qualcosa, va benissimo. Se non ne ho voglia, va benissimo lo stesso. È giusto correre, ma è giusto anche fermarsi. È giusto ridere, ma è giusto anche piangere. È giusto avere coraggio, ma lo è anche avere paura.

A scegliere sono solo io, devo essere io, e la colpa non è di nessuno. Non esistono colpe.

E che trovare un equilibrio con se stessi è un lavoro durissimo, forse il più duro di tutti, ma anche il più necessario. Eccome se lo è.

Non vedo l’ora di parlarne ancora con la mia psicologa.