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Donne italiane che amano la scienza

Chi dice che il binomio donne e scienza non può funzionare? Le eccellenze non mancano, ma neppure certi persistenti stereotipi

By Francesca Parravicini

Ci risiamo: è un evento che succede a intervalli quasi regolari, qualcosa di fastidioso che ormai ci aspettiamo ma che, surprise, ogni volta inevitabilmente lascia un certo amaro in bocca.

Ogni tanto, perché evidentemente c’è molta noia nell’aria, qualcuno sente l’esigenza di prendere l’universo donne (bisogna ricordare che siamo tutte una maxi-categoria con gli stessi gusti e pensieri, giammai che possano considerarci persone individuali, cosa decisamente scandalous) e dire cosa o cosa non deve fare, per cosa è più o meno portato. Sentiamo davvero il bisogno di tutto ciò?

 
 
 
 
 
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Assolutamente no, eppure continua a succedere. Ultimo caso purtroppo degno di nota. Dal prossimo anno l’Università di Bari ridurrà le tasse per le donne che vorranno iscriversi a lauree tecnico-scientifiche, per aiutare a colmare il Gender Gap: le studentesse iscritte a queste facoltà sono infatti meno del 30% sul totale.

Il senatore della Lega Simone Pillon ha così commentato su Facebook (tenetevi forte): “L'Università di Bari spinge per far iscrivere ragazze a corsi di laurea tipicamente frequentati in prevalenza dai ragazzi. È naturale che i maschi siano più appassionati a discipline tecniche, tipo ingegneria mineraria per esempio, mentre le femmine abbiano una maggiore propensione per materie legate all’accudimento, come per esempio ostetricia.

Questo però non sta bene ai cultori del Gender, secondo i quali ci devono essere il 50% di donne nelle miniere e il 50% di uomini a fare puericultura”.

Perché ricordiamolo, per chi si fosse appena sintonizzato sul mirabolante dibattito legato al DDL Zan ancora in corso, ma il senatore Pillon rientra in quel novero di figure pubbliche che vedono questa legge come qualcosa di demoniaco, che oltre ad osare conferire protezione alle persone che fanno parte dell’universo LGBTQI+, darebbe adito a questo fantomatico fenomeno del gender, per cui ognuno di noi può cambiare sesso ogni giorno e, di nuovo, scandalous, le donne possono svolgere attività tradizionalmente considerate maschili e viceversa.

 
 
 
 
 
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E parliamo di quest’ultimo punto relativo al discorso sulle materie scientifiche. C’è una fallacia fondamentale nel ragionamento di Pillon: le donne sono tradizionalmente considerate meno adatte a discipline tecniche ma non sono intrinsecamente meno portate. Si tratta di una di quelle convinzioni culturali così radicate che finiscono per essere considerate innate.

Alla radice c’è la secolare misoginia che inquadra le donne in un ruolo materno (e ovviamente non c’è nulla di negativo nell’avere questa inclinazione, ma non siamo tutte uguali): siamo creature tenere, emotive, preda dei nostri sentimenti, non certo portate per il mondo freddo e severo della scienza.

Il fatto che ci sia ancora una bassa percentuale di donne attive in ambito STEM (in Italia sono solo il 31,7%) non è una questione di minore capacità, ma di sfiducia, di un’educazione che ancora tende ad allontanare le ragazze da queste materie e ovviamente di misoginia. Stando a dati Eurostat del 2019 l’Italia è al ventinovesimo posto in Europa per percentuale di donne scienziate.

Per fortuna soprattutto negli ultimi anni abbiamo visto salire alla ribalta una serie di figure davvero notevoli. In primis Samantha Cristoforetti.

Per citare solo alcuni punti del suo impressionante curriculum: laurea in Scienze Aeronautiche e Ingegneria Meccanica, prima italiana nell’equipaggio della Stazione Europea Internazionale, prima donna al comando della Stazione Spaziale Internazionale. Esempio splendente di professionalità, è stata spesso attaccata e odiata ingiustamente per ragioni che ovviamente immaginiamo.

Abbiamo Fabiola Gianotti, fisica, dal 2016 prima donna a dirigere del CERN di Ginevra, Ilaria Capua, virologa e ideatrice di una strategia di vaccinazione contro l’aviaria, Elena Cattaneo, biologa, presidentessa del laboratorio di Biologia delle cellule staminali e Farmacologia delle malattie neurodegenerative dell'Università Statale di Milano, Silvia Marchesan, chimica e ideatrice di un idrogel che ripara tessuti danneggiati, Chiara Montanari, unica ingegnere donna ad occuparsi dei progetti della base antartica Concordia, Paola Santini, ricercatrice alla Sapienza, che studia i diversi aspetti dell’evoluzione delle galassie.

Piccole gocce nell’oceano, solo alcuni nomi, tanti altri si possono trovare sul portale 100esperte.it, proprio dedicato a raccogliere l’operato delle donne scienziate

In questa carrellata di eccellenze possiamo notare un trend: spesso sono le “prime” della lista ad infrangere un taboo, le prime donne a “fare qualcosa”.

Sembra assurdo che oggi la situazione sia a questo punto eppure è così. Ciò che possiamo fare è costruire un modo nuovo diverso di pensare, creando narrazioni “neutre” ed ispirazionali intorno a queste donne, che sono straordinarie ma dovrebbero essere la norma, da guardare non in quanto donne meno dotate, creature irrazionali, ma persone e professioniste che vogliono solo seguire un’inclinazione. E se sono le prime, saranno le prime di una lunga lista.