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Cold Case all’Italiana

I casi irrisolti italiani

By Gianfranco Gatta

Se una cosa ci hanno insegnato tutte le serie Crime è che le prime 48 ore sono fondamentali per trovare l’assassino di un omicidio; passato questo lasso di tempo “la pista” comincia a raffreddarsi, rendendo più complicata la cattura.

Incredibile il fatto che l’Italia sia tanto all’avanguardia nell’intelligence e tanto scarsa nelle investigazioni di polizia giudiziaria. In prima istanza si tende a derubricare ad un semplice suicidio, tanto per evitare “grane”, come insegna l’ultimo caso eclatante di David Rossi, il manager di Monti dei Paschi di Siena. Risalendo nel tempo, sono state archiviate, come suicidi, le morti di Raul Gardini e Gabriele Cagliari, ai tempi di “mani pulite” e sulle quali ci sarebbe molto da indagare.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Hoken Tech (@hokentechitalia)

Nei giorni in cui si riapre il fascicolo sul delitto di Via Poma, dove fu uccisa la povera Simonetta Cesaroni, appena ventenne, la stampa italiana si è affrettata ad elencare i tanti Cold Case di casa nostra, in un minestrone che poco ha a che fare con i Delitti irrisolti. Irrisolti proprio perché non si è trovato o voluto trovare il colpevole, come appunto i casi citati ai tempi di mani pulite, di Emanuela Orlandi, della stessa Simonetta e di tanti altri omicidi rimasti impuniti.

Nel minestrone della stampa, si diceva, finiscono inspiegabilmente casi come l’omicidio di Milena Sutter, dove il colpevole è stato riconosciuto dalla Cassazione in Lorenzo Bozzano, detto il “biondino dalla spider rossa”; l’omicidio di Avetrana, località pugliese in cui perse la vita la piccola Sarah Scazzi e qui, secondo sentenza definitiva c’è il colpevole, la cugina Sabrina Misseri. Anche se a parere del Professor Franco Coppi si tratta di una mostruosità giuridica.

Così come non si può definire Cold Case il delitto della giovane Yara Gambirasio, dal momento che una complicata, costosa e pasticciata indagine ha condotto alla condanna di Massimo Bossetti.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Gennaro Marco Duello (@gmduello)

A memoria il primo caso irrisolto, presente nelle cronache, fu quello di Gino Girolimoni che ancor oggi viene associato dalla vulgata come molestatore di bambini; un caso nato al tempo del ventennio e che vide il povero fotografo Girolimoni accusato ingiustamente di efferati delitti su minori, fu massacrato dalla stampa di allora e a nulla valse il riconosciuto proscioglimento dalle accuse, per l’immaginario collettivo rimarrà per decenni sinonimo di perversione. Inutile dire che l’omicida dei cinque bambini non fu mai trovato.

Ancora più complesso il caso di Wilma Montesi, nei primi anni 50, trovata morta sul litorale di Torvaianica. Per la prima volta compaiono depistaggi ad opera di presunti servizi segreti, con l’intento di bloccare l’ascesa politica di Attilio Piccioni, astro nascente della Democrazia Cristiana. Ecco un aneddoto che non troverete mai su Wikipedia: un sedicente colonnello dei Carabinieri, di stanza alla tenenza di Piazza in Lucina a Roma, si presenta in redazione al giornale di sinistra Paese Sera e parla con i due cronisti di punta di nera e giudiziaria, Guido De Biase e Paolo Zardo. Rivela che la giovane è morta per overdose di droga assunta durante un festino tenuto nella proprietà di Capocotta del marchese Montagna in compagnia di Piero Piccioni, noto musicista e figlio dell’allora Vice Presidente del Consiglio, Attilio. Di fatto anticipa ai cronisti, in gran segreto, quelle che saranno le testimonianze di Adriana Concetta Bisaccia e successivamente di Maria Augusta Moneta Caglio. Tanto bastò a tutta la stampa di sinistra per scatenarsi contro i vertici DC, costringendo Piccioni a ritirarsi dalla scena politica.

Al processo nessuno credette alle due donne e tutti andarono assolti in virtù del fatto che non vennero rinvenute tracce di stupefacenti e di alcool nel corpo della giovane Montesi; i medici affermarono che la probabile causa della morte sarebbe stata una sincope dovuta a un pediluvio durante il ciclo mestruale.

Pieni di dubbi i due cronisti si recarono alla tenenza dei Carabinieri. in Piazza in Lucina, chiedendo di parlare con quel colonnello e scoprirono che quel nome non era mai stato presente nell’organico. Erano caduti in un bel trappolone!

Che i servizi segreti o come si dice in gergo: “i servizi deviati”, abbiano depistato indagini fin dai tempi di Piazza Fontana, passando per l’affare Moro, fino alla strage della stazione di Bologna è cosa nota e accertata.

Proprio riguardo al caso Moro è legato uno degli episodi che nella sua tragedia ha del comico: la sedicente seduta spiritica che avrebbe dovuto rivelare agli inquirenti il covo delle BR di Via Gradoli, a Roma. Dal momento che il trascendente non si può convocare come testimone, un gruppo di professori, tra cui Romano Prodi con consorte, asserì che durante una seduta spiritica udirono le parole Gradoli, Viterbo, Bolsena tramite le voci di Giorgio La Pira e don Luigi Sturzo. L’informativa, priva di oggettivo riscontro, portò gli inquirenti ad indagare presso il lago di Bolsena tralasciando completamente Via Gradoli sulla Cassia, statale che congiunge Roma a Viterbo. Il resto è cronaca!

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da Light History Production (@light.history.production)

Come detto, in questi giorni si riapre il fascicolo sulla morte di Simonetta Cesaroni, vicenda oscura che ha visto di volta in volta vari accusati poi usciti di scena. Primo fra tutti il portiere dello stabile Pietrino Vanacore e in secondo ordine la moglie Giuseppa De Luca, che probabilmente hanno operato come copertura dei responsabili. A distanza di anni Vanacore, richiamato a Roma per un’ulteriore testimonianza, venne trovato morto… suicida. Un’indagine che si è sempre volta solo in direzione passionale e sessuale senza mai indagare a fondo sull’ambiente di lavoro e oggi appare possibile l’ipotesi di un depistaggio da parte dei soliti servizi segreti. Pardon deviati!