Essere la generazione partecipe della più rapida trasformazione tecnologica e allo stesso tempo sognare una vita analogica. Abbiamo fatto due chiacchiere con i Cosmonauti Borghesi in occasione del lancio del loro nuovo disco "In analogico dirsi ti amo"
Hanno aspettato qualche tempo i Cosmonauti Borghesi prima di tornare con un nuovo disco, che esce proprio oggi venerdì 28 agosto 2026. Tempo atteso e preso. Tempo che nella musica ormai, quando ce lo si riserva, è quasi mal visto. Ma a Leonardo, Alessandro e Marco, così si chiamano i protagonisti della band, non interessa. Anzi.
Hanno deciso di intitolare il loro album “In analogico dirsi ti amo”. Un titolo che già ad analizzarlo superficialmente porta con sé ben due concetti a cui forse ci si è disabituati. L’analogico, va da sé ed il parlare dei propri sentimenti. Vivendo nella famosissima società della performance mostrarsi per quello che si è, è già una debolezza. Figuriamoci dirsi “ti amo”. Ma ai Cosmonauti Borghesi non interessa. E per conoscere meglio questo loro atto rivoluzionarsi in forma di musica gli abbiamo fatto qualche domanda.

Partiamo dal titolo: “In analogico dirsi ti amo”. Che cosa significa oggi, per voi, fare qualcosa in analogico? È un gesto romantico, politico o semplicemente un modo per complicarsi la vita?
Paradossalmente dovrebbe essere la cosa più semplice di tutte: vivere in analogico. Eppure, non siamo più abituati a farlo. E questo riguarda ogni aspetto della nostra vita: il modo in cui viviamo le amicizie, ci innamoriamo e, più in generale, il modo in cui scegliamo di vivere davvero le cose. “Vivere in analogico” significa complicarsi la vita, è scegliere di prendersi del tempo, di esserci davvero, di seguire un percorso senza cercare necessariamente la via più veloce. Eppure, tra tutte le strade possibili, forse è proprio quella più lunga e apparentemente più “difficile” che ci piace di più. Ed è anche quella che sentiamo più nostra, dentro e fuori dalla musica.
Questo non è un disco nostalgico e alcune cose funzionano ancora meglio senza filtri. Dove finisce il desiderio di autenticità e dove comincia invece la nostalgia un po’ costruita che oggi vediamo ovunque?
L’autenticità finisce quando ti riempi di sovrastrutture, quando smetti di ascoltare te stesso e quello che hai intorno. Finisce quando perdi di vista la tua strada, quella stessa strada che, in fondo, è il motivo per cui hai iniziato. Forse per essere davvero autentici bisogna anche imparare a fermarsi e a guardare veramente. Guardare quello che abbiamo dentro, ma anche ciò che ci circonda, senza la fretta di dover andare sempre da qualche parte. È proprio in quel momento di ascolto e di attenzione che riesci a capire cosa è davvero tuo e cosa invece ti è stato messo addosso. Credo che il difficile sia proprio questo: riuscire a non perdersi lungo il percorso, continuando a riconoscersi in quello che si fa, senza lasciare che tutto ciò che viene dopo finisca per coprire il motivo per cui si è partiti.
Siamo la generazione che comunica di più e, contemporaneamente, quella che sembra avere più difficoltà a dirsi le cose. Dirsi “ti amo” è diventato più difficile o semplicemente diverso? Cosa significa veramente “dirsi ti amo”?
Ci pensiamo spesso, ma non perché ne siamo ossessionati. Ci pensiamo perché, per noi, è qualcosa che è sempre stato importante e vero. È una delle forme più pure che esistano, qualcosa che non ha tempo, spazio e, soprattutto, non appartiene ad un discorso generazionale. Crediamo che oggi sia più difficile parlarsi davvero e, soprattutto, ammettere di amare. Siamo circondati da aspettative, dalla sensazione di dover essere sempre all’altezza, di non poter sbagliare e di non poterci mai mostrare fragili. Ma accettare di amare è già, in qualche modo, una forma di fragilità. Significa mettersi davvero a nudo, lasciar cadere le difese e mostrare all’altro che siamo fatti anche di emozioni. Forse è proprio questo che rende il “ti amo” così potente: il coraggio di dire, senza protezioni, “questa cosa mi importa davvero”.
Avete raccontato di esservi fermati dopo anni in cui avete attraversato televisione e industria musicale, per chiudervi in una casa di campagna e tornare semplicemente a scrivere. Come ci si accorge che si sta iniziando a fare musica per quello che ci si aspetta da noi invece che per quello che abbiamo davvero voglia di dire?
In realtà se si sa ascoltare e ci si concede il tempo di fermarsi, accorgersi che si sta perdendo la strada è forse la cosa più semplice. Te ne rendi conto nel momento in cui non ti riconosci più in quello che fai e inizi a percepire una sorta di alone, una distanza tra te e ciò che stai creando. Senti in qualche modo che stai mentendo a te stesso: tutto diventa più forzato, e questa sensazione finisce inevitabilmente per emergere anche nelle cose che scrivi.
Quanto è difficile essere autentici quando, contemporaneamente, devi essere anche un progetto musicale riconoscibile, comunicabile, algoritmicamente interessante e possibilmente virale?
La verità è che è tutto strettamente collegato. Riconoscibilità e viralità secondo noi arrivano soltanto quando si è davvero autentici. Non bisogna mai pensare di fare qualcosa perché “deve diventare virale” o perché deve piacere a tutti, perché nel momento in cui inizi a ragionare in questi termini non fai altro che allontanarti proprio da ciò che stai cercando. Le persone, in fondo, se ne accorgono. Sentono quando quello che scrivi è autentico e quando invece c’è qualcosa di costruito a tavolino. Ed è proprio in quel momento, quando riconoscono qualcosa di vero, che inizi a diventare riconoscibile anche tu.
Avete partecipato a Sanremo Giovani, siete stati al Primo Maggio, avete aperto concerti molto grandi e avete attraversato radio e TV in pochissimo tempo. C’è stato un momento in cui avete capito di aver idealizzato, almeno in parte, quello che desideravate?
Tutto quello che ci è successo ci ha lasciato tanto. Ci ha fatto capire molte cose del mondo discografico, ci ha permesso di fare esperienza, costruirci le ossa e farci le spalle larghe. Ovviamente è facile guardare soprattutto al lato positivo e lasciarsi prendere dall’entusiasmo. La verità però è che prima di arrivare a fare tutte queste cose abbiamo fatto tanta esperienza e sapevamo di essere pronti quando sarebbero arrivate le occasioni importanti. Anche se in realtà non si è mai veramente pronti. È proprio dopo queste esperienze e dopo aver capito cosa fosse davvero importante per noi che abbiamo deciso di fermarci e riflettere. Abbiamo capito che la strada che abbiamo scelto è piena di ostacoli e di aspetti che non ci piacciono, ma è nel momento in cui capisci di volerla scegliere davvero che smetti di guardarti indietro e inizi ad andare dritto, senza più fermarti.
Nel disco tornano ansie, desideri, aspettative e il bisogno di sentirsi autentici in un mondo che ci vuole perfetti. Qual è l’aspettativa della vostra generazione che vi pesa di più?
Paradossalmente, ci pesa il fatto che tra i ragazzi della nostra età ci siano così poche aspettative. Senza voler generalizzare, è come se mancasse qualcosa che li spinga davvero a cercare se stessi, a capire chi sono e cosa vogliono. Ed è proprio questo che cerchiamo di raccontare nel disco.

Essere una band nel 2026 è già, in qualche modo, una scelta analogica?
Sicuramente essere una band è una scelta forte. Significa decidere di dipendere esclusivamente da noi stessi. Sono le nostre mani sugli strumenti a creare ciò che scriviamo, probabilmente scegliere di affidarsi esclusivamente a se stessi è una delle scelte più analogiche che si possano fare al giorno d’oggi.
Avete un sound che mette insieme funk, disco e rock ma siete cresciuti in un’epoca in cui i generi musicali sembrano contare sempre meno. Vi interessa ancora appartenere a un genere o oggi è quasi una categoria che serve più a chi deve raccontare la musica che a chi la fa?
Il concetto di genere è sopravvalutato. Non ci piace molto etichettarci, prendiamo spunto da tante cose e, in questo disco in particolare, siamo andati ancora più oltre. Abbiamo ascoltato e ci siamo lasciati influenzare da tutto, per poi restringere, rielaborare e trasformare ciò che abbiamo vissuto in qualcosa di nostro, da esternare. Forse, il voler per forza inquadrare un artista all’interno di un genere rischia anche di limitarlo, di bloccarlo dentro un’identità precisa e impedirgli di esplorare davvero tutte le possibilità che ha davanti.
Qual è una cosa che avete smesso di fare per piacere agli altri da quando avete iniziato questo disco?
Non c’è qualcosa che abbiamo davvero smesso di fare, abbiamo semplicemente iniziato a fare, ma per davvero. Abbiamo seguito ciò che sentivamo, senza pensare a cosa fosse giusto o sbagliato. Fare le cose per qualcuno o per qualcosa, così come decidere di smettere di fare qualcosa, può diventare un errore: se smetti, significa che hai pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato, e già questo vuol dire che non ti stai ascoltando davvero. Non bisogna pensare troppo, ma “semplicemente” fare ed essere.
E invece qual è una cosa digitale a cui non rinuncereste mai?
Probabilmente non rinunceremo al digitale, perché crediamo che possa essere uno strumento fondamentale per arrivare più facilmente alle persone e per raccontare ciò che facciamo. Il digitale ci permette di accorciare le distanze, di far conoscere la nostra musica e, allo stesso tempo, di condividere tutto quello che c’è dietro: le idee, le esperienze e il percorso che ci ha portato a scrivere determinate cose. Non lo vediamo quindi come qualcosa in contrasto con il nostro modo analogico di fare musica, ma come un mezzo per portare quella dimensione al di fuori della sala prove e farla arrivare a più persone.
Se doveste scegliere una sola cosa che nel 2026 funziona ancora meglio senza filtri, quale sarebbe?
Ciò che ha davvero sempre funzionato, senza filtri e senza bisogno di costruire qualcosa di diverso da noi, siamo noi stessi. Nel tempo abbiamo capito che spesso cerchiamo risposte fuori, nelle persone, nelle aspettative o in ciò che ci viene detto di essere, quando in realtà molte di quelle risposte sono già dentro di noi. Il difficile è fermarsi e imparare ad ascoltarle. Forse, quando riusciremo davvero a capire che non abbiamo bisogno di cercare continuamente qualcosa al di fuori di noi, allora avremo imparato a guardare davvero: prima di tutto dentro noi stessi, e poi tutto ciò che ci circonda.


