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Cop30 Acrimònia Magazine

COP30, cosa resta della conferenza che ha riportato l’Amazzonia al centro del mondo

Tempo di lettura: 3 min.

Tra progressi sull’adattamento e l’assenza di un accordo sui combustibili fossili, la conferenza di Belém racconta l’ambivalenza della diplomazia climatica: necessaria, simbolica, ancora troppo lenta.

La COP30 si è chiusa a Belém, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, lasciando un’impressione duplice: da un lato la sensazione che il mondo abbia compiuto qualche passo in avanti, dall’altro la consapevolezza che non sia ancora abbastanza. Era inevitabile, forse. La trentesima Conferenza delle Parti nasceva carica di aspettative simboliche e materiali: era la prima volta che il vertice sul clima si teneva nella foresta pluviale più vasta del pianeta, un ecosistema che ogni anno perde porzioni cruciali di biodiversità e che rappresenta uno dei principali regolatori del clima globale. Portare migliaia di delegati proprio lì voleva dire una cosa precisa: non si può discutere del futuro senza guardare negli occhi il luogo in cui il futuro si gioca davvero.

La Conferenza quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la UNFCCC, riunisce quasi duecento Paesi e da trent’anni cerca di orchestrare una risposta collettiva a una crisi che procede più velocemente degli accordi internazionali. A Belém si cercava di accelerare. Nei giorni precedenti all’apertura dei lavori, i temi centrali erano chiari: protezione delle foreste, giustizia climatica, finanziamenti per i Paesi vulnerabili, adattamento agli impatti ormai inevitabili e, soprattutto, un percorso condiviso, finalmente chiaro e vincolante, per uscire dall’era dei combustibili fossili.

Su quest’ultimo punto, però, la COP30 ha mostrato il suo limite maggiore. Nonostante una larga alleanza di Paesi spingesse per una roadmap netta e calendarizzata verso l’abbandono di petrolio, carbone e gas, la resistenza dei grandi produttori, Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita in primis, ha impedito che la conferenza approdasse a un impegno formale. L’uscita dai fossili resta quindi un obiettivo politico evocato, auspicato, riconosciuto nella sua urgenza, ma non ancora tradotto in un obbligo internazionale.

Eppure, Belém non è stata una conferenza sterile. L’accordo finale, pur giudicato da molti osservatori timido e poco incisivo, contiene alcuni elementi sostanziali. Il più importante riguarda l’adattamento: i Paesi si sono impegnati a triplicare i finanziamenti globali destinati a mettere in sicurezza comunità e territori esposti agli impatti della crisi climatica, dagli eventi estremi alla scarsità d’acqua. È un cambio di prospettiva significativo, perché conferma che la sfida non è più solo ridurre le emissioni, ma anche proteggere le popolazioni che vivono già in condizioni di vulnerabilità. Per la prima volta sono stati introdotti indicatori comuni per misurare i progressi dell’adattamento, un passaggio tecnico ma cruciale che permette di valutare, con parametri chiari, se gli impegni presi si stanno traducendo in risultati reali.

Accanto a questo, la COP30 ha dedicato una grande attenzione ai temi della natura, delle foreste e della terra. È stato presentato un nuovo fondo dedicato alle foreste tropicali, pensato per sostenere la conservazione degli ecosistemi più preziosi del pianeta e per proteggere le comunità indigene che ne sono custodi da secoli. La scelta di Belém come sede ha amplificato la portata simbolica di questo impegno: l’Amazzonia è ormai al centro del dibattito globale, non solo come patrimonio ambientale, ma come nodo politico da cui dipende l’equilibrio climatico mondiale.

La conferenza ha prodotto anche segnali incoraggianti sul fronte del multilateralismo. In un contesto geopolitico frammentato, con tensioni internazionali e competizioni energetiche sempre più marcate, il fatto che quasi duecento Paesi siano riusciti a condividere un testo finale rappresenta, di per sé, un risultato non scontato. Ma al di là della diplomazia, restano aperte le domande fondamentali: quanto peseranno questi impegni nei prossimi anni? E, soprattutto, saranno sufficienti?

Molti climatologi e osservatori rispondono con scetticismo. I piani nazionali presentati finora non sono ancora compatibili con l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi, la soglia che la comunità scientifica considera il limite oltre il quale la crisi climatica può diventare irreversibile. Senza un taglio rapido e strutturale delle emissioni, gli impegni presi sul fronte dell’adattamento rischiano di diventare una risposta parziale a un problema enorme.

La COP30, in definitiva, lascia un’eredità complessa. Ha rafforzato la consapevolezza che la crisi è già qui e che gli sforzi per convivere con i suoi impatti devono crescere rapidamente. Ha rimesso al centro la protezione delle foreste e delle comunità indigene. Ha prodotto strumenti utili, come gli indicatori globali per l’adattamento, e ha aumentato i fondi a disposizione dei Paesi più vulnerabili. Ma non ha risolto il nodo più grande: uscire dall’era dei combustibili fossili.

Forse è questa la lezione più chiara di Belém: i negoziati possono dare forma a un linguaggio comune, ma l’ambizione politica, quella vera, vive altrove, nelle scelte dei singoli governi, nelle politiche energetiche, negli investimenti strutturali, nella capacità di trasformare promesse diplomatiche in azioni concrete. La COP30 ha tracciato una direzione, ma la strada resta lunga, accidentata e ancora tutta da percorrere.

Illustrazione di Gloria Dozio – Acrimònia Studios
2560 1440 Fabiola Graziosi
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