Nel 2026 il congedo parentale cambia, ma il diritto sulla carta non pesa allo stesso modo per tutti: reddito, contratto e genere incidono ancora sulla possibilità di usarlo davvero.
Chi può davvero permettersi di usare il congedo parentale?
Il congedo parentale è uno di quei diritti che sulla carta sembrano semplici. Hai un figlio, hai bisogno di tempo per occupartene, ti assenti dal lavoro. Poi arrivano le percentuali di retribuzione, il tipo di contratto, l’età del bambino, le differenze tra lavoratori dipendenti, autonomi e iscritti alla Gestione Separata. E, soprattutto, arriva una domanda molto meno burocratica: posso davvero permettermi di farlo?
È forse questa la chiave più interessante con cui leggere le novità sul congedo parentale 2026. Perché la Legge di Bilancio ha effettivamente ampliato una tutela, ma i dati sul suo utilizzo raccontano anche quanto la possibilità di fermarsi dal lavoro continui a essere distribuita in maniera molto diversa tra madri e padri e tra persone con condizioni lavorative differenti.
Congedo parentale 2026: cosa cambia davvero
Partiamo dalla novità, perché qui è facile fare confusione.
Dal 1° gennaio 2026, per i genitori lavoratori dipendenti, il periodo entro cui è possibile usufruire del congedo parentale è stato esteso dai 12 ai 14 anni di vita del figlio. L’estensione riguarda anche il prolungamento del congedo parentale previsto per i figli con disabilità e si applica, con le specifiche previste dalla normativa, anche in caso di adozione e affidamento. Lo chiarisce il Ministero del Lavoro nella sintesi delle misure della Legge di Bilancio 2026.
Attenzione, però: non significa che dal 2026 ci siano due anni di congedo in più. È stata allungata la finestra temporale entro cui è possibile utilizzare il congedo, non sono stati aggiunti automaticamente due anni di assenza dal lavoro.
La distinzione è importante, perché dietro una ricerca apparentemente semplice come “congedo parentale 2026” ci sono in realtà regole diverse a seconda della propria situazione lavorativa.
E quanto viene pagato?
Qui arriviamo alla questione che può trasformare molto rapidamente una possibilità teorica in una decisione economica.
Una precisazione innanzitutto: non è stata la Legge di Bilancio 2026 a introdurre tre nuovi mesi di congedo pagati all’80%.
Per i lavoratori dipendenti che rispettano i requisiti previsti, l’indennità può essere elevata all’80% della retribuzione per un massimo complessivo di tre mesi per coppia genitoriale, da utilizzare entro i primi sei anni di vita del figlio. Questi tre mesi derivano dalle modifiche introdotte progressivamente dalle Leggi di Bilancio 2023, 2024 e 2025. L’INPS lo spiega nella circolare n. 95 del 26 maggio 2025, precisando anche che la riforma del 2025 non ha aggiunto ulteriori mesi di congedo, ma ha aumentato l’indennità prevista per alcuni periodi.
Al di fuori dei periodi con indennità maggiorata, la disciplina prevede sei mesi complessivamente indennizzati al 30%, mentre gli eventuali due mesi residui non sono indennizzati, salvo il rispetto della specifica condizione reddituale prevista dalla legge. I limiti complessivi possono inoltre variare in determinate situazioni familiari.
Sembra una distinzione tecnica, ma è probabilmente il cuore di tutto il discorso: poter stare a casa e potersi permettere di stare a casa non sono necessariamente la stessa cosa.
Le madri lo usano molto più dei padri
Ed è quando guardiamo chi utilizza effettivamente il congedo che la questione diventa ancora più interessante.
Il XXIV Rapporto annuale dell’INPS ha analizzato le disuguaglianze nella fruizione del congedo parentale mettendole in relazione con le caratteristiche personali e lavorative dei genitori.
Nei primi dodici anni di vita del figlio, il congedo risulta utilizzato dal 63% delle madri e appena dall’8,3% dei padri.
Non cambia soltanto quante persone lo utilizzano. Cambia anche come viene utilizzato. Nel primo anno di vita del bambino, le madri usufruiscono in media di circa 126 giorni di congedo, contro 36 giorni per i padri. Circa il 40% delle madri arriva inoltre a esaurire i sei mesi disponibili, prevalentemente nei primi anni di vita del figlio; tra i padri soltanto il 6% raggiunge il massimo previsto.
È difficile guardare numeri del genere e considerare il congedo parentale soltanto una misura genericamente destinata “ai genitori”. Formalmente lo è. Nella pratica, continua a essere utilizzato soprattutto dalle madri.
Ma allora chi può davvero permetterselo?
La risposta più corretta è probabilmente: non tutti nelle stesse condizioni.
Ed è proprio l’analisi dell’INPS a suggerire di non fermarsi alla differenza tra madri e padri. La fruizione del congedo cresce infatti con la stabilità contrattuale; inoltre, tra le madri, quelle che non utilizzano il congedo presentano salari mediamente più bassi, un risultato che l’analisi mette in relazione con possibili ostacoli economici alla fruizione.
E qui la domanda del titolo smette di essere soltanto provocatoria.
Due persone possono avere formalmente accesso allo stesso diritto, ma non necessariamente affrontano lo stesso costo nel momento in cui decidono di esercitarlo. Se assentarsi significa accettare una riduzione significativa dello stipendio, la libertà di scelta cambia. Se il lavoro è più o meno stabile, cambia ancora.
Anche per questo sarebbe troppo semplice leggere l’8,3% dei padri e concludere soltanto che “i padri non prendono il congedo”. Il dato ci dice quanto lo utilizzano; spiegare perché significa invece considerare insieme condizioni economiche e lavorative, organizzazione familiare e distribuzione del lavoro di cura.
Il tempo della cura non finisce quando un bambino diventa grande
C’è poi qualcosa di interessante proprio nella modifica introdotta nel 2026.
Portare il limite da 12 a 14 anni significa riconoscere, almeno in parte, una cosa piuttosto evidente per chiunque cresca un figlio: la necessità di conciliare lavoro e cura non appartiene soltanto alla prima infanzia.
Un figlio di tredici anni non ha le stesse necessità di un neonato, evidentemente. Ma questo non significa che non abbia bisogno di tempo, presenza o assistenza.
Non a caso, la stessa Legge di Bilancio 2026 è intervenuta anche sul congedo per malattia dei figli con più di tre anni: per ciascun genitore i giorni fruibili ogni anno passano da cinque a dieci e il limite di età del figlio viene innalzato da 8 a 14 anni, come riporta il Ministero del Lavoro.
È un cambiamento concreto. Ma contiene anche un piccolo cambiamento di prospettiva: conciliare genitorialità e lavoro non è un’emergenza che termina quando finisce l’asilo.
Un diritto è davvero uguale quando tutti possono usarlo?
L’estensione introdotta nel 2026 offre quindi ai lavoratori interessati una finestra temporale più ampia per utilizzare il congedo parentale. Sarebbe sbagliato minimizzarne l’utilità.
Ma la domanda rimane.
Se il 63% delle madri utilizza il congedo parentale e tra i padri lo fa l’8,3%, e se persino tra le madri la fruizione varia in relazione alla stabilità del lavoro e al salario, non stiamo osservando soltanto modi diversi di utilizzare lo stesso istituto. Stiamo guardando anche quanto le condizioni economiche e professionali incidano sulla possibilità concreta di esercitare un diritto.
Forse il passo successivo, allora, non è soltanto chiederci quanto congedo parentale riconosca la legge.
È chiederci chi riesca davvero a utilizzarlo senza che prendersi cura di un figlio diventi un lusso.


