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Sal Da Vinci Acrimònia Magazine

Chi decide qual è la musica di qualità? Il pregiudizio culturale che non ammettiamo.

Tempo di lettura: 3 min.

La vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo 2026 riapre una questione che attraversa da sempre la musica popolare: chi stabilisce cosa è davvero di qualità e perché alcuni linguaggi continuano a essere esclusi dal riconoscimento culturale.

La vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo 2026 ci costringe inevitabilmente a una riflessione. Non tanto su “Per sempre si” la sua canzone, quanto su ciò che si è mosso attorno a questo trionfo.

In molti hanno festeggiato, ovviamente. Ma è tanto anche lo snobismo che ruota attorno alla vittoria di questo artista. Napoletano, in parte neomelodico, non rappresentativo dell’Italia all’Eurovision, dicono, da matrimonio partenopeo, dicono. Quel che si evince è che molti pensano che non sia degno di questo premio. Ma la domanda vera è: Chi decide cosa è musica “di qualità”? Come si sviluppa questo snobismo culturale che fa da padrone nei salotti dei ben pensanti?

Il sociologo Pierre Bourdieu, ne La distinzione (1979), spiegava che il gusto non è un fatto puramente personale: è un dispositivo di distinzione sociale. Le preferenze culturali servono a marcare appartenenza e a stabilire confini. Il gusto personale è una chiave di auto definizione: attraverso quello che ci piace facciamo la nostra presentazione in società, o quanto meno nei gruppi in cui ci interessa essere visti e considerati.

Quello che sta succedendo con Sal Da Vinci non si allontana molto dalle polemiche che spesso si accendono in merito alla musica trap, ad esempio.

Secondo i report annuali FIMI, negli ultimi anni oltre l’80% dei ricavi del mercato discografico italiano proviene dallo streaming. Il consumo musicale è ormai quasi interamente digitale. Le classifiche settimanali sono dominate stabilmente da pop urbano, rap e trap. Non in modo marginale ma strutturale.

Eppure, dalla sua esplosione a metà anni 2010, la trap è stata oggetto di un discorso pubblico fortemente moralizzante. Accusata di impoverire il lessico, di glorificare la violenza, di rappresentare una deriva culturale. In più occasioni si è discusso della possibilità di limitarne la diffusione radiofonica o di chiedere maggiore responsabilità agli artisti per i contenuti dei testi. Non un’analisi musicale, ma un giudizio etico.

@acrimoniamagazine In diretta dalla Sala Stampa Lucio Dalla a Sanremo i giornalisti impazziscono per l’esibizione di @SalDaVinci Official 💐🗞️🎤 #acrimoniamagazine #sanremo2026 #saldavinci #carloconti #ariston ♬ audio originale - acrimoniamagazine

Il meccanismo è ricorrente ed anche con la vittoria di San Da Vinci si è messo in moto a vele spiegate. Il problema è che nel dibattito pubblico si continua a confondere rappresentazione e adesione. Come se raccontare un certo immaginario significasse promuoverlo. È una scorciatoia critica che sposta la responsabilità dall’analisi al moralismo.

Il neomelodico, o comunque il dialetto napoletano all’interno di una canzone, viene associato a una marginalità territoriale così come il pop commerciale è spesso liquidato a mero prodotto industriale. La musica nata fuori dai centri culturali tradizionali e socialmente accettati viene letta come folklore. Da qui la paura e il timore che l’Italia sia rappresentata da Da Vinci durante i prossimi Eurovision. Eppure è quella musica che milioni di persone ascoltano ogni giorno.

Il paradosso è evidente: la democratizzazione dell’accesso, resa possibile dalle piattaforme, ha ampliato il pubblico, ma non ha demolito le gerarchie del riconoscimento. Lo streaming ha livellato la distribuzione ma non la legittimazione simbolica.

Quando viene detto “questa non è musica”, raramente si analizza la struttura armonica o la scrittura. Si difende un’idea di cultura che spesso coincide con il proprio capitale culturale e con ciò che si considera degno. In molti casi il giudizio non nasce da un’analisi tecnica, ma dal bisogno di difendere una posizione culturale. Non è solo una questione di competenza: è una questione di appartenenza.

La frattura non è solo estetica ma anche geografica e sociale. Alcuni linguaggi portano con sé accenti, territori e inevitabilmente classi. Chi si considera persona di cultura continua a guardare la periferia con curiosità quando è esotica, con diffidenza quando è dominante.

Questa vittoria di Sal Da Vinci non è una catastrofe musicale ma un momento rivelatore. Mostra quanto il confine tra quello che viene considerato alto o basso sia ancora sorvegliato. Evidenzia quanto il fastidio non nasca dal suono, ma dal simbolo.

Forse la domanda non è se Sal Da Vinci sia all’altezza della vittoria ma perché continuiamo ad avere bisogno di qualcuno che stabilisca cosa lo sia.

2560 1440 Fabiola Graziosi
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