Essere senza pretese è diventato un requisito sociale. Ma a che costo? Tra amici, lavoro e amore viene sempre più premiata la capacità di non chiedere troppo. Una finta leggerezza che nasconde una fatica enorme.
Sui social non facciamo che scoprire ogni giorno nuovi termini o concetti, saltati fuori da chissà dove ma che all’improvviso tutti usano. Ecco, essere “low maintenance” è uno di quelli. Sapete di cosa parlo, no? “Tranquillo, io mi adatto.” “Sì sì, no problem, rimandiamo.” “Per me va bene tutto, scegli tu.” “Ma figurati, non ho bisogno di niente.”
Ora la vera domanda è: quanti di voi hanno usato una di queste frasi? E quanti mentono? Certo, esistono persone naturalmente chill. Persone nate senza il gene del rancore (fortunate), apparentemente immuni ai messaggi passivo-aggressivi (è un’arte) e che la parola ansia la nominano solo se è dentro il testo di una canzone.
Ma è difficile credere che siamo diventati tutti improvvisamente così zen. Negli ultimi anni essere “low maintenance” è passato dall’essere un tratto caratteriale all’essere una skill sociale. Una forma di eleganza contemporanea. La capacità di non chiedere troppo, non occupare troppo spazio, non avere bisogni troppo rumorosi.
Le vittime di questo nuovo trend relazionale sono in continuo aumento e stanno invadendo tutti gli spazi: nelle amicizie, sul lavoro e nelle relazioni. Quelli che “figurati”, “nessun problema”, “non disturbarti”, mentre internamente stanno progettando un omicidio.
Ma perché sentiamo di doverci adattare ad una pratica così tossica? Perché nessuno vuole essere percepito come pesante, ingestibile o di troppo. E quindi ci ridimensioniamo. Presentiamo una versione di noi stessi più piccola, più accomodante, più digeribile. Una versione da esposizione, per essere riposti sulla mensola delle “cool people only.”
Magari all’esterno veniamo percepiti come persone easy e mature. Però, se dentro accumuliamo piccoli bocconi amari uno dopo l’altro e alla fine ci ritroviamo comunque con il bruciore di stomaco, ne vale davvero la pena?
Spoiler alert: la risposta è no. Quindi la prossima volta che vi sentite con un ragazzo che vi piace e vi dice che al momento non cerca nulla di troppo serio, non controbattete con: “Ma sì, figurati, anche io voglio solo divertirmi”, mentre dentro state già scegliendo il nome dei vostri futuri figli. Ditegli piuttosto: “Buon per te, ti lascio continuare a cercare”. Anche perché rimpicciolirsi per entrare nei piani di qualcun altro non vi renderà più desiderabili, vi renderà solo invisibili. Al lavoro poi, peggio mi sento. Ho solo una domanda per quelle persone che “Va bene, nessun problema” o “No tranquillo, lo faccio io” detto alle 18:47: come state, davvero? Perché a furia di essere quelli che non si lamentano mai, l’unica cosa che otteniamo è altro lavoro, alle 10 di sera.
Una volta essere maturi significava saper comunicare i propri bisogni. Oggi sembra significare non averne. Io personalmente ho iniziato il mio percorso di guarigione, ristabilendo i confini delle mie pretese, delle mie aspettative e, soprattutto, delle mie necessità. Anche perché mantenere questa facciata costa una fatica enorme. È una leggerezza performativa che paghiamo a caro prezzo: in primis con la nostra serenità, ma anche con il modo in cui percepiamo noi stessi. A forza di fingere che ci vada bene tutto, finiamo per credere di non meritare niente.
Abbiamo trasformato l’assenza di richieste in una forma di fascino, e poi ci stupiamo se nessuno sa più come chiedere aiuto senza il terrore di risultare “too much”. Ma la verità è che dobbiamo rassegnarci all’idea di avere un volume e uno spazio. E, soprattutto, dobbiamo smetterla di sentirci sbagliati solo perché abbiamo deciso di esistere a grandezza naturale.


