Oggi, se dici che credi in qualcosa che non sia il potere curativo dei cristalli o il Karma, la gente ti guarda come se fossi rimasto fermo al Medioevo. Ammettere di credere in qualcosa di tradizionale, ormai, sembra quasi un peccato sociale. Eppure, c’è chi preferisce ancora un tipo di credo decisamente più vintage.
C’è chi la domenica mattina smaltisce l’hangover, chi fa il brunch instagrammabile e chi fa stalking all’ex per vedere con chi ha passato la serata. E poi ci sono io, che a mezzogiorno in punto varco la soglia di una chiesa. Lo so cosa state pensando. Oggi, se dici di essere cristiano, vieni accolto da sguardi confusi, silenzi pesanti e una domanda che alla fine arriva sempre: “Perché?”. Dire “Io vado in chiesa” ha lo stesso appeal sociale di ammettere che ti piacciono i sandali con i calzini. È considerato uncool, polveroso, quasi retrogrado.
Il motivo è che oggi si fa un’enorme confusione, scambiando la Chiesa istituzionale con la sua vera essenza. Spesso ci si ferma alla superficie di un’istituzione che, diciamocelo, ne ha passate di ogni e non sempre si è comportata bene, e può far passare messaggi rigidamente sbagliati; si finisce così per vedere la Chiesa come un club severo fatto per escludere chi non si adegua. Ma chi studia sa che il cristianesimo è tutt’altro. Il messaggio di fondo parla solo ed esclusivamente di accoglienza. Basterebbe rispolverare le lezioni di catechismo delle medie per ricordarsi che Gesù stava sempre con gli ultimi, gli esclusi e i peccatori; quindi, vedere e vivere la religione come un filtro per discriminare gli altri significa, letteralmente, leggere il manuale d’istruzioni al contrario. Ecco perché, se la Chiesa sbaglia a comunicare, io semplicemente me ne frego e vado dritta alla fonte. Anche perché questo malinteso, alla fine, non c’entra nulla con il proprio rapporto personale con Dio. Quello è uno spazio solo tuo.
Io non sono speciale né diversa da nessuno. Ho lo stesso identico bisogno di tutti i miei coetanei: quello di credere. In qualcosa, in qualcuno, in un concetto o in un destino. Perché diciamocelo con totale onestà: è umano credere, per aiutarci a dare un senso al caos della vita o anche solo per farci sentire con il culo parato. Ed è proprio questo bisogno che mi spinge ad andare a messa tutte le domeniche. Non ci vado per obbedire a un dogma, ma perché credo nei veri valori di questa religione: nel migliorarsi, nel diffondere amore anziché odio, nel perdono e nella compassione. Ritrovarsi lì, circondata da persone che per un’ora condividono questa stessa visione, è un modo non solo per sentirsi parte di una comunità, ma per ricordarsi quali sono le cose che contano davvero. È la mia bussola per decidere che tipo di persona voglio essere nei successivi sette giorni.
Sia chiaro, però: ricalibrare la mia bussola morale la domenica mattina non mi trasforma in una santa martire. Resto pur sempre una ragazza della mia generazione. Ed è per questo che rivendico il diritto a una spiritualità anarchica, personalizzata e, sì, anche un po’ contraddittoria. Quindi non stupitevi se, oltre alla collanina con la croce, nella mia borsa trovate del sale contro la sfiga. Non stupitevi se mentre prego mi assicuro che il mio profumatore al palo santo non sia finito, o se vado in panico leggendo un oroscopo negativo della settimana, nonostante non ci capisca niente.
In fondo, viviamo in un paradosso generazionale che rasenta l’assurdo: abbiamo un’ansia tremenda di passare per bigotti se citiamo il Vangelo, ma ci sentiamo fighissimi se parliamo di Manifesting, compriamo cristalli su internet o chiediamo “energia” all’Universo. Io ho semplicemente deciso di non scegliere. Non serve la tessera del club dello Spirito Santo per essere brave persone, così come non serve rinunciare a un briciolo di sana superstizione. Che la chiamiate fede, energia o destino, l’unica cosa che conta è vivere la propria vita secondo le proprie regole e ricordarsi di scommettere sempre sull’unico dogma che ha davvero importanza: l’amore.
Quello vero, libero e senza giudizi. Il resto è solo marketing.


