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Ariston anteprima Sanremo Acrimònia Magazine

Abbiamo ascoltato in anteprima alcuni brani di Sanremo

Tempo di lettura: 3 min.

Tra pathos, vibrazioni neomelodiche, eleganza soul e citazioni politiche: dall’Ariston le impressioni a caldo sui brani ascoltati in anteprima.

Scrivere mentre l’Ariston si prepara a diventare il centro emotivo del Paese è un esercizio quasi schizofrenico. Da una parte c’è la magia rarefatta delle prove, il silenzio carico dell’orchestra, i tecnici che si muovono come coreografi invisibili. Dall’altra c’è la responsabilità della scrittura, il tentativo di restituire a parole qualcosa che nasce per vibrare nell’aria. Gestire insieme queste due dimensioni è un turbinio difficile da governare. Ci ho provato. E queste sono le mie impressioni sui brani che ho ascoltato in anteprima.

Il livello generale? Molto buono. E, soprattutto, vario.

Le Bambole di Pezza arrivano con un impatto visivo potente, energiche, compatte, con un’estetica che non lascia spazio a dubbi. La canzone però, almeno al primo ascolto, sembra inseguire quel look senza riuscire a superarlo. C’è grinta, ma meno incisività rispetto all’immagine che portano sul palco.

Dito nella Piaga costruisce tutto sull’energia: l’impronta dance è evidente, i ballerini amplificano la tensione ritmica, una piccola similitudine con Dargen quando compaiono sul suo volto gli occhiali da sole. È un’esibizione che vive di movimento e presenza scenica, più che di introspezione.

Nayt sceglie invece la strada del pathos. Prima ancora di iniziare manda un bacio a sinistra e a destra, verso le due sezioni dell’orchestra, gesto che racconta rispetto e consapevolezza. Il brano ha intensità, si percepisce una tensione emotiva autentica. Alla fine ringrazia, manda un bacio ai giornalisti seduti in platea. È un momento sincero, quasi fragile.

TrediciPietro è immediatamente riconoscibile. Le sue vibes arrivano prima ancora del ritornello. Si tiene il colletto della polo, canta con passione “Chiudimi la porta in faccia” come fosse una confessione privata. Alla fine, dopo un fragoroso applauso, si lascia andare a un “manco a esagerà”, saluta alcuni membri della band, Carlo Conti esce per stringergli la mano. C’è qualcosa di spontaneo che funziona.

Con Sal Da Vinci l’Ariston cambia temperatura. La prima impressione è neomelodica, ma in pochi secondi la melodia diventa collettiva. Anche quando il microfono si rompe e l’audio salta, il pubblico reagisce con un applauso ancora più forte. “Saremo io e te per sempre” cantato con quel movimento di gambe, “legati per la vita miaaaaa” e il finale “accussì pe’ semp” scatenano un boato. Scende le scale e la platea continua a cantare. È uno di quei momenti in cui il Festival si ricorda di essere popolare nel senso più pieno del termine.

Malika Ayane è l’eleganza che entra in una giungla sonora e la doma. Timida nel “buonasera” appena arrivata sul palcoscenico, ma con una voce che sembra voler sfondare il palco. Soul sofisticato, ambient calibrato, controllo totale. Quando chiede indicazioni ai tecnici lo fa con gentilezza. Il brano, già al secondo ascolto, resta in testa. È costruito con intelligenza melodica.

Fulminacci entra nel pezzo subito dopo un accordo e subito sei dentro la storia. È una narrazione leggera ma precisa, giusta nella misura. Alla fine saluta solo con le mani, con discrezione, e ti ritrovi già a canticchiare “stupida stupida stupida sfortuna”. Segno che qualcosa ha attecchito.

Su Sayf pesa un’aspettativa forte. Porta la Liguria, parla di Italia, cita “L’Italia è il Paese che amo”, frase che inevitabilmente evoca memorie collettive. È uno di quei brani che potrebbero spaccare il pubblico in due. Ma la domanda resta: non è che vince davvero?

L’accoppiata Fedez e Marco Masini è osservata con attenzione. Masini saluta con un classico “buonasera”, Fedez con un semplice “ciao”. L’applauso è misurato, quasi prudente. Ma la canzone ha pathos, Fedez canta con intensità e il brano funziona emotivamente più di quanto il clima iniziale lasci intuire.

Levante è solida, forse troppo. Elementare, quasi didascalica. Brava, sì, ma senza scarto evidente. Si sistema i capelli appena scende le scale, gesto spontaneo che racconta la sua naturalezza.

Ermal Meta porta con sé una storia che sembra venire da lontano. Vibrazioni balcaniche, suggestioni mediorientali, un impianto sonoro che guarda oltre i confini. È uno dei pezzi più “viaggianti” tra quelli ascoltati.

E poi J-Ax, trench, cappello, bastone, cheerleader, una violinista e un banjo country. Un immaginario teatrale che mescola ironia e tradizione italiana.

Queste sono impressioni a caldo, nate dentro l’Ariston ancora sospeso prima dell’esplosione televisiva. Non ho ascoltato tutti i brani, ma quelli che ho sentito raccontano un Festival che, almeno musicalmente, ha deciso di giocare sul serio. E forse, quest’anno, la sfida non sarà solo tra generi o generazioni, ma tra visione e autenticità.

Illustrazione di Gloria Dozio – Acrimònia Studios
2560 1440 Fabiola Graziosi
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